COMITATO PER L'UNITÀ DI CONTO EFA (ECONOMIA FACILITATA) Menu

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Un esempio di equilibrio e crescita: L’unione Europea dei pagamenti

Unione economica dei pagamenti:

Negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale il problema fondamentale dei pagamenti internazionali era legato da quello che veniva chiama dollar shortage, ossia come una cronica mancanza di dollari sofferta dalle economie di tutto il mondo e in particolari dalle economie europee. L’Europa in particolare per la ricostruzione aveva una necessità di beni di consumo e mezzi di produzione, ma a causa di questo problema non poteva finanziare gli acquisti. La possibilità di pagare le importazioni con i proventi delle esportazioni si è trovata compromessa dalla perdita dei mercati di sbocco coloniali e dallo smantellamento della produzione civile che ha comportato una minore competitività rispetto agli Stati Uniti. L’unica fonte di finanziamento per le più ingenti importazioni di beni di prima necessità, era costituito dalle riserve auree e valutarie dei paesi europei, anche se ben presto esaurirono. Insomma, i paesi europei non solo nel commercio con gli Stati Uniti, ma anche con tutto il resto del mondo non avevano più moneta e avevano bisogno di credito.

Accordi Bilaterali.

I paesi per farsi credito utilizzarono dapprima accordi bilaterali tra il paese debitore e il paese creditore. Tale rapporto si costituiva con un trasferimento di merci (Dal secondo al primo) e si chiudeva solo con un trasferimento equivalente in direzione inversa. Il primo accordo di scambio bilaterale di questo tipo viene siglato durante la guerra nell’ottobre del 1943, fra i governi di Belgio, Olanda e Lussemburgo. Sull’arco dei successivi quattro anni vengono siglati 400 accordi bilaterali. Vennero paragonati al baratto, ma il problema di questi accordi era che mancava un’unità di misura per gli scambi oltre frontiera. Per questo motivo il pagamento doveva avvenire in più fasi: gli importatori pagavano la somma dovuta in valuta nazionale alla propria banca centrale, mentre gli esportatori ricevevano l’importo corrispondente dalla propria banca centrale e nella propria valuta, tali operazioni davano luogo a debiti e crediti fra le due banche centrali, che venivano compensati periodicamente. E’ evidente che tali accordi bilaterali avevano diversi limiti, ma il peggiore di tutti era che non imponevano a ciascun paese di mantenere una bilancia commerciale in pareggio nei confronti di un altro.

Piano Marshal.

Dal momento che l’Europa non aveva sufficiente moneta per finanziare il commercio transatlantico, il Piano Marshal fu una risposta concreta a questa esigenza. I dollari concessi dal piano ai paesi europei dopo il 1947 furono destinati a finanziare le importazioni dagli Stati Uniti e al contempo riattivarono il commercio europeo. Ma dopo un anno dal piano Marshal, la destinazione dei fondi diviene oggetto di aspre divisioni e nel frattempo gli aiuti concessi non risollevano in maniera apprezzabile la crescita del commercio europeo.

Unione Europea dei Pagamenti.

Si inizia ad intuire che la ripresa del commercio europeo non richiede iniezioni di liquidità sotto forma di dollari, dal momento che possono essere messi a riserva (come è di fatto avvenuto) e cessare di circolare, ma si comprende che è necessario istituire un sistema che funzioni anche senza liquidità.

Nasce nel 1949 l’Unione Europea dei Pagamenti che supera i limiti degli accordi bilaterali e sposta da un giorno all’altro l’intera struttura dei regolamenti intra-europeai da una base bilaterale a multilaterale. In sostanza essa prevede che che ciascun paese abbia invece che tanti conti bilaterali quanti sono i suoi partner commerciali, in cui registrare separatamente debiti e crediti, un unico conto presso una camera di compensazione centralizzata (clearing house) in cui la sua posizione venga registrata come posizione netta nei confronti della camera stessa. I saldi vengono calcolati mensilmente, all’aumentare del suo debito il paese debitore è tenuto a pagare in oro una frazione crescente del proprio saldo negativo, specularmente, all’aumentare del suo credito ciascun paese ha diritto al pagamento in oro di una frazione crescente del suo saldo positivo. Le regole dell’Unione prevedevano che il saldo attivo o passivo di ciascun paese non dovesse superare la quota stabilita, i paesi che la superavano dovevano pagare in oro l’intera eccedenza. In questo modo il sistema impediva squilibri sia a credito che a debito e convergeva verso il pagareggio, anzi quest’ultimo era l’unica posizione economicamente ammissibile sia per i debitori che per i creditori. In un sistema finanziario che impone il pareggio la liquidità non è necessaria.

Grazie a queste disposizioni l’Unione Europea dei pagamenti riesce dove ogni piano precedente aveva fallito, realizza la compensazione multilaterale e intertemporale del commercio europeo, una crescita straordinaria della produzione trainata dalle esportazioni in particolare di Germania e Italia e la liberalizzazione del commercio non solo tra i paesi europei, ma anche con paesi terzi (Stati Uniti). L’Unione dei pagamenti venne chiusa nel 1958, non perchè aveva funzionato male, ma perchè aveva raggiunto lo scopo per cui era stata istituita, riattivare il commercio europeo, riequilibrare la bilancia dei pagamenti e tornare fissare fra i paesi europei un tasso di cambio stabile per le proprie valute istituito a Bretton Woods. Quello che ci fu dopo all’unione europea dei pagamenti è ciò che ho raccontato in questa mezz’ora, con l’Unione il credito era concesso liberamente, ma sempre in vista della compensazione o del rimborso, garantito dal processo di clearing, con il sistema finanziario nato dalle ceneri dell’Unione il credito assume la forma di una crescita senza restrizioni ne limiti di una liquidità internazionale, costituita da saldi in dollari che non saranno più riassorbiti.

L’Unione economica dei pagamenti è stato il principale esempio storico (della storia contemporanea) di una istituzione volta a promuovere un comportamento economico virtuoso da parte di tutti i suoi partecipanti. Non fondandosi sulla liquidità, al suo interno, la quantità di moneta non gioca alcun ruolo, il credito, inteso come anticipazione concessa come condizione necessaria per poter lavorare, produrre e scambiare, non dipende dalla disponibilità di una quantità di moneta preventivamente accantonata, ma dall’apertura di uno spazio in cui sia possibile dare e chiedere credito. La compensazione multilaterale all’interno di una stanza di compensazione realizza il fine della finanza di cui parlavo all’inizio, infatti, la stanza stessa, la clearing house, funge da garante dell’incontro tra creditori e debitori dando respiro e slancio all’economia.

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Piccola storia della liquidità

Storia della liquidità.

La liquidità ha anch’essa una storia e un punto d’inizio: la liquidità intesa come liberalizzazione dei movimenti di capitale a livello internazionale e come aumento potenzialmente illimitato della quantità di denaro disponibile per quei movimenti, avviene a partire dalla metà degli anni settanta. La possibilità della creazione di subprime nasce qui. E la migliore prova è il fatto che la crisi dei subprime non è l’unica del suo genere. Molte altre bolle e crisi hanno costellato questo periodo con una frequenza senza precedenti (crisi del debito sudamericano, crisi bancarie e valutare del sud est asiatico). A partire dalla fine degli anni 70 il volume dei movimenti di capitale, in particolare verso i paesi in via di sviluppo è aumentato in maniera esponenziale. Anche questo fenomeno può essere descritto nei termini di un incremento delle possibilità di accesso al credito per soggetti appartenenti in questo caso a paesi o aree geografiche o settori economici, precedentemente esclusi dai circuiti finanziari internazionali. Si potrebbero chiamare subprime borrowers planetari. Così come negli anni 90 la cartolarizzazione dei mutui ha consentito di convogliare una quantità di denaro senza precedenti verso la periferia delle metropoli americane, allo stesso modo negli anni 70 e 80 la liberalizzazione dei movimenti di capitale e l’integrazione crescente dei mercati finanziari ha consentito di dirigere volumi impressionanti di investimento verso la periferia del mondo.

Alla volatilità dei movimenti di capitali gli investimenti di portafoglio hanno contribuito più che gli investimenti diretti. La differenza fra i due tipi di investimento corrisponde alla differenza fra mutuo cartolarizzato e un mutuo tradizionale. Al pari del mutuo tradizionale l’investimento diretto vincola creditore e debitore per un periodo lungo e definito. Al pari del mutuo subprime l’investimento di portafoglio avviene attraverso l’acquisto di titoli che possono essere rivenduti in qualunque momento sul mercato, ed è quindi concesso in ragione della liquidità dei titoli e dei possibili guadagni in conto capitali derivanti dalla loro vendita. Al pari dei subprime possono essere ritirati con la stessa rapidità con cui sono stati concessi. Il rapido afflusso e deflusso dei capitali (favoriti dalla liquidità degli investimenti) sono stati alla base delle bolle e successive crisi che hanno colpito i cosiddetti paesi emergenti sull’arco degli ultimi decenni: Messico (1995), Sud Est Asiatico (1997), Russia e Brasile (1998), Turchia e Argentina (2001). Quest’apparente successione di cicli che si è intensificata nel corso degli ultimi trent’anni può essere vista come un’unica onda prodotta dall’abbondante liquidità che, cercando le opportunità di investimento più redditizie sui mercati finanziari globali affluiva su un mercato gonfiandone i corsi e attraendo nuovi investimenti, per poi defluirne più repentinamente e inondare altri mercati, preparando le crisi successive. Proprio la rescissione del rapporto fra creditore e debitore, che sta alla base degli investimenti di portafoglio così come dei titoli cartolarizzati ha consentito questi rapidi spostamenti di denaro. A questo punto è necessario chiedersi da dove deriva tutta questa massa di liquidità internazionale? O meglio da dove proviene la sovrabbondanza di denaro che pur di trovare un impiego remunerativo è costretta a cercare opportunità di investimento inventando sempre nuovi mercati subprime in tutto il mondo? La risposta è molto semplice, il denaro proviene da chi lo produce e nei moderni ordinamenti la creazione di moneta è soggetta ad un regime di monopolio. La fonte prima della liquidità viene dalla banca centrale. La crisi corrente è emblematica ed è stata l’espansione monetaria attuata dalla Fed in seguito alla crisi della new economy con il deliberatoo intento di attuarne gli effetti depressivi a favorire quell’abbondanza di liquidità che ha finito per cercare sbocco nei mutui subprime. E non è un episodio eccezionale, la politica espansiva in funzione anticiclica è stata una costante della fed negli ultimi venti anni. Dalla prima crisi del 1987, passando per la crisi del debito russo e brasiliano, i timori connessi con il passaggio al nuovo millennio e con l’attacco alle torri gemelle. Greenspan ha sempre cercato con manovre espansive di prevenire le possibili flessioni del mercato. Le iniezioni di liquidità agivano come iniezioni di ottimismo. Il modo in cui le autorità politiche monetarie hanno fatto si che si superassero le crisi precedenti hanno creato le condizioni per le crisi in corso. Le stesse istituzioni che dovrebbero presiedere alla stabilità della moneta e quindi dei rapporti fra creditori e debitori a catalizzare la trasformazione del rischio di credito in rischio di liquidità. Prova ne sia il fatto che negli USA l’intervento attraverso i fondi di emergenza non ha avuto lo scopo di rendere solvibili i debitori ma di dare liquidità ai titoli rappresentativi dei loro debiti. I 700 miliardi del piano Paulson sono stati stanziati dal governo non per aiutare le famiglie in difficoltà ma per aiutare i titoli in difficoltà a ritrovare la propria liqudità. Entrambe le opzioni erano sul tavolo: il congresso era favorevole alla prima, ma si è scelta la seconda per l’opposizione del governato della Fed Bernake e del segretario del Tesoro Paulson i quali erano contrari all’utilizzo del danaro pubblico per aiutare i debitori. E’ prevalsa così l’idea che l’intervento dello stato non fosse giustificato per permettere ai debitori di pagare i loro debiti, ma che fosse invece pienamente giustificato per consentire loro di non pagarli. Non è stata una scelta contro lo stato e a favore del mercato come vuole la retorica, al contrario stato e mercato sono accomunati come i destinatari di fondi potenzialmente illimitati per assicurarne il funzionamento. Gli unici debitori troppo grandi per fallire sono lo stato e il mercato finanziario, infatti la banca centrale offre soccorso al mercato tramite i piani di salvataggio del governo così come supporta la stato tramite il mercato ossia con operazioni sul mercato aperto. Proprio perchè avvengono in questa forma ossia attraverso l’acquisto sul mercato aperto di titoli di stato, i prestiti delle banche centrali non hanon lo scopo di consentire ai governi di pagare i loro debiti, ma di dare liquidità ai titoli che li rappresentano. Da dove proviene la capacità delle banche centrali di prestare senza limite? Essi sono prestatori in ultima istanza, a loro non presta nessuno, creano moneta dal nulla con un fiat quindi non hanno bisogno di prenderle a prestito. La banca centrale è quel soggetto giuridico che ha la facoltà di non pagare i propri debiti, facendoli circolare come moneta, dunque sono i propri debiti che la bana centrale riesce a rendere irredimibili in orza della loro liquidità, ossia della disponibilità degli attori del mercato ad accettarli.

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IL RICICLO DELLE ECCEDENZE – L’EQUILIBRIO SISTEMICO

Qualsiasi sistema economico contiene elementi che sono portati a esibire eccedenze e altri che presentano dei deficit.

Per mantenere l’equilibrio, il sistema deve essere dotato di un meccanismo di riciclo delle eccedenze che mantenga il flusso di eccedenze dal futuro al presente, dai centri urbani alle aree rurali, dalle regioni sviluppate a quelle meno sviluppate ecc..

Il riciclo delle eccedenze, comunque, diventa ancora più pressante quando le varie regioni sono legate insieme da una valuta comune o da qualche forma di tasso fisso di cambio.

I deficit e le eccedenze persistenti all’interno di una simile unione valutaria sono come placche tettoniche che spingono l’una contro l’altra. Una volta che le svalutazioni valutarie non sono più possibili, affinchè parte dello sforzo venga assorbito, le forze generate dal commercio in continua espansione minacciano di provocare dei terremoti di crescente potenza all’interno dell’unione.

Dato che in un’area valutaria comune legata da un tasso di cambio fisso la valuta non può fluttuare liberamente e svalutarsi per diminuire i deficit commerciali accumulati, le tensioni sul tasso di cambio fisso o sulla valuta comune continueranno ad aumentare sempre di più finchè il sistema non andrà in frantumi. Questo è quanto è avvenuto in Argentina alla fine degli anni novanta ed è ciò che sta capitando all’interno di eurolandia.

Durante il New Deal verso la fine degli anni 30 si istituirono a tal riguardo le unioni di trasferimento fiscale che assicuravano che la disoccupazione e gli assegni sanitari degli stati a deficit venissero pagati da Washington, attingendo alle tasse raccolte dagli stati del surplus. Un altro meccanismo faceva in modo che un conglomerato come Boeing riceveva un importante contratto dal Pentagono per costruire un nuovo caccia o sistema missilistico, veniva poi stabilito che parte degli impianti di produzione sarebbero stati situati in stati depressi.

Questo riciclo assume la forma non di prestiti o trasferimenti, ma di investimenti produttivi in regioni deficitarie che utilizzano le eccedenze prodotte nelle regioni del surplus.

Contestualizzando all’interno di eurolandia il riciclo delle eccedenze potrebbe essere questo:

Se i paesi debitori devono ridurre i deficit di bilancio e i costi dei salari attraverso politiche di austerità

i paesi creditori devono utilizzare i margini di manovra consentiti dal surplus per migliorare le condizioni delle rispettive popolazioni (aumentando i salari per esempio) e così facendo accrescere le esportazioni.

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Aspetti microeconomici crisi finanziarie degli ultimi 30 anni (Crisi Messico, Paesi asiatici, subprime)

Asimmetrie informative
La funzione principale dei mercati di capitale è quello di incanalare gli investimenti verso gli impieghi più produttivi. Uno degli ostacoli maggiori nel raggiungimento di questo obiettivo, essenziale per una crescita economica solida e duratura, è la presenzia di asimmetrie informative.
Che cos’è l’asimmetria informativa? Avviene quando nei mercati finanziari alcuni soggetti hanno informazioni  più accurate di altri, può causare limiti all’accesso al credito da parte di alcune tipologie di imprese solitamente quelle di dimensioni minori.
Le asimmetrie informative nei mercati finanziari danno luogo a due diversi problemi: la selezione avversa e l’azzardo morale.

Selezione avversa:Si manifesta prima della stipula di un contratto di credito e si riferisce alla situazione in cui i soggetti potenzialmente meno desiderabili dal punto di vista dei creditori sono anche quelli che hanno maggiore probabilità di essere selezionati per la concessione del prestito, se il rischio di selezione avversa diventa particolarmente alto, i creditori possono decidere di non concedere prestiti anche se sul mercato ci sono imprese di buona qualità. In un contesto di asimmetrie informative i creditori non possono osservare la qualità specifica di ogni impresa quindi decidono di offrire fondi a un tasso d’interesse che rispecchia la qualità media delle imprese sul mercato. Tuttavia le imprese di buona qualità ritengono questo tasso troppo alto e decidono di uscire dal mercato dove rimarranno solo quelle di bassa qualità. In tali situazione, i creditori si rendono conto che aumentare il tasso d’interesse riduce ulteriormente la qualità delle imprese in cerca di prestiti e preferiranno, dunque, non modificare il prezzo, ma piuttosto ridurre la quantità dei fondi erogati, scegliendo un livello inferiore a quello che porterebbe in equilibrio domanda e offerta. L’eccesso di domanda di prestiti si traduce in una quota di investimenti potenzialmente produttivi, che non vengono finanziati , con conseguenze negative sulla crescita economica. Per minimizzare i rischi di selezione avversa, i creditori devono essere particolarmente abili nell’individuare le imprese di buona qualità a cui concedere i finanziamenti, attività che viene definita di selezione o screaming.

L’azzardo morale, invece, si verifica dopo la stipula del contratto di prestito, e si riferisce ad una situazione in cui i creditori sono esposti al rischio che i debitori compiano azioni opportunistiche mettendo in pericolo la restituzione del prestito. La classica situazione di azzardo morale avviene quando i debitori hanno forti incentivi a investire in progetti particolarmente rischiosi in cui, se il risultato sarà positivo, otterranno profitti elevati; mentre, in caso di risultato negativo, il creditore subirà quasi interamente le perdite. Quando i rischi di azzardo morale sono particolarmente alti, i creditori possono ridurre l’offerta di fondi frenando lo sviluppo economico.
Le attività di selezione e monitoraggio sono molto importanti per la solvibilità delle banche, ma durante le crisi finanziarie sono estremamente difficili da svolgere il che aggrava gli effetti iniziali dello shock.

Asimmetrie informative e crisi finanziarie: Quando i rischi di selezione avversa e azzardo morale raggiungono livelli molto alti, si può verificare una crisi finanziaria di ampie dimensioni. La letteratura delle asimmetrie informative individua tre variabili chiave nell’origine di una crisi: il tasso d’interesse, il ruolo delle garanzie collaterali e il panico tra i depositanti.
L’incremento del tasso d’interesse, che spesso precede una crisi finanziaria, innalza il rischio di selezione avversa facendo allontanare i debitori di buona qualità dal mercato del credito, aumenta il rischio di finanziarie i debitori di bassa qualità portando i creditori a ridurre la quantità di fondi offerti.
Anche la riduzione del valore delle garanzie collaterali può provocare un calo del credito, poiché il meccanismo principale con cui i mercati di capitali affrontano il problema delle asimmetrie informative e proprio l’uso delle garanzie. Se il debitore va in default il creditore può impossessarsi delle garanzia, venderla e recuperare parte del prestito. Quando si verifica una forte riduzione del valore delle garanzie collaterali a causa di un crollo del mercato azionario o svalutazione del tasso di cambio, i creditori diventano più cauti nel concedere prestiti perché in caso di default la quota di fondi che posseggono si riduce.
Infine una crisi finanziaria può essere originata da corse agli sportelli. Se da una parte le banche risolvono il problema delle asimmetrie informative fra creditori e debitori, dall’altra sono soggette allo stesso tipo di problema nei confronti dei depositanti, i quali non hanno sufficienti informazioni per valutare la qualità dell’attivo bancario. La mancanza di informazioni fa scattare una corsa agli sportelli. Ad esempio,  ipotizziamo che l’economia venga colpita da uno shock e che si preveda che nel giro di pochi mesi il 5% delle banche fallirà. In presenza di informazione asimmetrica, i depositanti non riescono a stabilire se la propria banca faccia parte del 5% che fallirà cosicchè sia i depositanti delle banche solvibili che i depositanti di quelle insolventi cercheranno di ritirare i propri fondi.
Il ruolo degli intermediari finanziari nella propagazione delle crisi finanziarie.
Un vincolo molto forte è dato dalla capacità degli intermediari finanziari di erogare credito. Per esempio un aumento dei tassi d’interesse può indurre i risparmiatori di spostare i propri fondi dai depositi verso altre forme d’investimento più remunerative. Se le banche non riescono a compensare tale deflusso di risorse con altre forme di passività, la loro capacità di erogare prestiti si riduce sensibilmente e ciò può inceppare gli ingranaggi dell’economia. I soggetti più penalizzati saranno quelli che usano quasi esclusivamente il credito bancario, che devono quindi ridurre il livello di investimenti. Se invece le banche compensano il deflusso di depositi con altri tipi di passività, allora il volume della raccolta non cambia, ma muta il suo costo giacchè forme alternative ai depositi sono di solito più costose. Il maggior costo della raccolta si traduce in un ulteriore aumento dei tassi d’interesse per le imprese che, anche in questo caso, riducono gli investimenti. Infine, quando le banche subiscono una marcata riduzione del proprio capitale, per esempio a seguito di perdite rilevanti sui prestiti erogati al culmine di un ciclo del credito fortemente espansivo, hanno due alternative per ristabilire il giusto rapporto tra attivo e patrimonio: raccogliere nuovo capitale o ridurre l’offerta di credito. Quando le perdite si verificano al centro di una crisi finanziaria, diventa molto difficile raccogliere nuovo capitale e dunque la risposta è una riduzione dell’offerta di credito (credit crunch).

Soluzione di mercato alle asimmetrie informative.
Una soluzione di mercato alle asimettrie informative è dato dall’utilizzo delle agenzie di rating. Negli ultimi decenni si sono usate tantissimi e le maggiori su scala globale sono Moody’s, S&P e Ficht (pur essendocene un 100 in tutto il mondo). I loro giudizi detti rating sono etichette che vanno da AAA al minimo di DDD. Molti investitori usano i rating per orientarsi sul rischio dei titoli obbligazionari: strumenti finanziari con elevati rating hanno bassa probabilità di default e viceversa, quindi sono sottoposti ad un costo di indebitamento più basso. Queste agenzie vengono spesso criticate circa la loro imparzialità nel destinare rating. E stato più volte osservato che le imprese possono far shopping tra le agenzie fino a trovare quella che, pur di accaparrarsi il cliente è disposta a concedere il rating più alto. Così si creano situazioni di corsa al rialzo in cui le agenzie competono tra loro per offrire le valutazioni che meglio si adattano alle esigenze del cliente, con la conseguenza di trascurare gli investitori. Purtroppo non sono strumenti sufficienti a far fronte alle asimmetrie informative lo si è visto durante la crisi asiatica di fine anni novanta a seguito di errori nella valutazione degli enti sovrani e imprese e durante la crisi degli USA del 2008 nell’errata valutazione della rischiosità di molti titoli, frutto del processo di cartolarizzazione dei mutui subprime.

Appunti e riflessioni da L’instabilità finanziaria, dalla crisi asiatica ai mutui subprime.

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PRODUTTIVITA’ CONTRO BASSI SALARI L’ORIGINE DELLA CRISI

FONTI: FITOUSSI, GALLONI, BAGNAI, BRANCACCIO, US DEPARTMENT OF LABOR

Il grafico mostra il motivo principale della crisi economica:
PRODUTTIVITA’ VS BASSI SALARI

Prima delle 2 grandi crisi di debito 1929 – 2008
la produttività era molto cresciuta

Parallelamente dopo il 1970 con la moderazione salariale
messa in atto per evitare una fantomatica “iperinflazione”
il livello dei salari non cresce proporzionalmente ma
stagna.

Questo che significa? Che la quantità di prodotti in circolazione
è molto maggiore rispetto alla possibilità di acquistarli.

COME FARE QUINDI PER CONTINUARE A MANTENERE IN VITA
IL CAPITALISMO? COME FARE PER EVITARE LA CRISI
DI SOVRAPRODUZIONE?

SEMPLICE CREANDO UNA CRISI DEL DEBITO PRIVATO
Grazie a bassi tassi d’interesse e facendo indebitare anche coloro (
persone e stati) che non avrebbero mai potuto ripagare il debito
(utilizzando a tal scopo prodotti finanziari speculativi ad hoc tipo i derivati)
tutti hanno potuto acquistare ciò che desideravano.

Quando poi tutta la bolla è esplosa e le insolvenze hanno ingessato
il sistema finanziario facendo fallire, banche, aziende e privati i stati
ci hanno dovuto mettere una pezza salvando questi attori privati e
facendo parallelamente aumentare il DEBITO PUBBLICO.

Queste crisi ci avrebbe dovuto insegnare le seguenti cose.

1) Al crescere della produttività dovrebbero crescere i salari
altrimenti i prodotti rimangono invenduti. All’università ci hanno
invece instillato il dogma della legge di Say “l’offerta crea la sua domanda”
“Io sfido chiunque a far ripartire un’economia senza aumentare la capacità di spesa delle persone! “. Le ricette della politica “nostrana” sono purtroppo
ancorate a questi errati concetti accademici e vorrebbero far ripartire tutto
il sistema con concetti come spending review, risparmio e decrescita, anzichè concetti come crescita dei salari, aumento della capacità di spesa.
2) Questa come sopra dimostrato non è una crisi dovuta al fatto che abbiamo
i politici corrotti o perchè c’è troppo stato (negli anni 90 si stava meglio e c’erano i medesimi politici), quindi non è una crisi da debito pubblico
ma una vera e propria crisi da debito privato.

 

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Il sistema monetario non funziona a causa del diverso trattamento fra debitori e creditori

Come suggerito da Keynes durante Bretton Woods non si può congegnare un sistema finanziario chiuso e a cambi fissi come l’Europa di oggi senza la seguente regola di bilancio:

Il vincolo di aggiustamento deve essere simmetrico

Non devono aggiustarsi solamente i paesi debitori ma anche i paesi creditori.

Se i paesi debitori devono ridurre i deficit di bilancio e i costi dei salari attraverso politiche di austerità

i paesi creditori devono utilizzare i margini di manovra consentiti dal surplus per migliorare le condizioni delle rispettive popolazioni (aumentando i salari per esempio)

e così facendo accrescere le esportazioni.

A quel punto per i paesi in deficit il fardello dell’aggiustamento sarebbe molto più leggero.

Concretamente ciò significa nel contesto europeo che la Germania dovrebbe avere per qualche tempo un tasso d’inflazione un pò più elevato per evitare che la

Spagna per esempio affondi nella deflazione.

Questo principio di simmetria che era stato raccomandato da Keynes ai tempi della conferenza di Bretton Woods per reggere il sistema dei cambi fissi , non fu adottato.

Oggi siamo abituati ad additare come spendaccioni i paesi in deficit ma in un’economia chiusa come l’Europa (o lo stesso mondo almeno fino a quando non avverranno

esportazioni in altri pianeti) questi hanno deficit perchè i paesi del nord hanno loro fatto prestiti per acquistare i prodotti di quest’ultimi. Se questi non avessero

accettato di andare a deficit non ci sarebbe stato alcun crescita del PIL dell’intero sistema.

Costringere ad un aggiustamento solo i Paesi in deficit oltre ad essere sbagliato moralmente lo è anche razionalmente dal momento che rappresenta un danno per tutti.

Infatti, se si è  costretti dalle politiche di austerità a ridurre la domanda interna senza che altri compensino questa riduzione, la domanda dell’intero sistema

diminuisce.

Un buon sistema finanziario (etico e razionale) quindi è un sistema che oltre a far pagare un interesse al debitore lo fa pagare anche al creditore.

Ad entrambi viene chiesto di far fronte ai loro deficit strutturali per ridurre i disequilibri e portare l’intero sistema a 0.

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  • Gianfranco

    In economia, così come nella vita, ogni azione può essere ribaltata nell’esatto opposto. Alla luce di questa banale osservazione, se tutti gli stati vogliono vendere esportare più di quanto importano necessariamente dovranno esserci nazioni disposte a fare l’inverso. Concordo con le argomentazioni pragmatiche riportate nel blog e colgo molto buon senso.

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PICCOLA STORIA DELLA CRISI – IL RUOLO DELLE DISUGUAGLIANZE E DEI MERCATI FINANZIARI

COS’HA INONDATO DI LIQUIDITA’ IL MERCATO FINANZIARIO?

I paesi asiatici dopo la crisi del 1997-1998  (che provocò una forte fuoriuscita di capitali e quindi un effetto recessivo fortissimo), furono costretti ad accettare la tutela del Fondo Monetario Internazionale

Il FMI chiese loro in cambio una cura da cavallo con i “soliti piani di austerità” che anche noi conosciamo.

Per non subire mai più una tale umiliazione e una simile sofferenza sociale quell’episodio insegnò loro che non era un bene essere debitori mondiali, quindi decidesero di diventare creditori e accumulatori

di giacenze cosa che riusì loro facile grazie alle politiche protezionistiche del mercato interno e alla svalutazione dello yuan.

Questi paesi iniziarono ad accumulare un ammontare elevatissimo di riserve che affluirono sotto forma di investimenti esteri la dove la crescita sembrava più sicura: gli Stati Uniti.

I capitali raggiunsero gli USA e  furono investiti in titoli poco rischiosi: titoli di stato.

Questi arrivi di capitale modificarono le condizioni di funzionamento dell’economia americana, inondando il mercato di liquidità e provocando la discesa dei tassi d’interesse a lungo termine.

Le famiglie non ebbero difficoltà a prendere denaro a presito, mentre l’afflusso di capitali fiece lievitare wall street e i prezzi immobiliari. Il patrimonio delle famiglie accrebbe e il loro risparmio si attenuò.

LE ECCEDENZE DEI PAESI ASIATI E DEGLI ALTRI PAESI EMERGENTI CONTRIBUIRONO A MANTENERE L’ESUBERANZA DEI MERCATI FINANZIARI.

UNA LETTURA CRITICA POTREBBE SUGGERIRE CHE: LE ECONOMIE SONO LETTERALMENTE CONDANNATE A REALIZZARE SURPLUS CON L’ESTERO PER NON PASSARE SOTTO LE FORCHE

CAUDINE DEL FMI E DELLA TROIKA.

LA MODERAZIONE ECONOMICA DOPO GLI ANNI 70 E LA CRESCITA DELLE DISUGUAGLIANZE

Dopo la seconda guerra successero 30 anni di abbondanza economica, alla fine di questo trentennio la stagflazione (stagnazione e inflazione) segnò l’atto di morte del Keynesianismo perchè fu interpretato

come la prova della grande predizione di Freadman secondo cui le politiche della domanda non potevano che creare inflazione. Non si tentò allora di rsolvere il problema con nuove ricette, semplicemente

si ritornò al periodo prekenesiano interpretandolo in maniera estrema attraverso modelli ipersofisticati, l’alibi della nuova dottrina divenne: L’EFFICIENZA DEI MERCATI.

Durante questo periodo di grande moderazione tra gli anni 70 e 80 le politiche di quasi tutto il mondo trainati dalla Tatcher e da Regan operarono una vera e propria rivoluzione conservatrice (deregolamentazione

dei mercati, riduzione del ruolo degli stati, mondializzazione, concorrenza fiscale e sociale.

Tra questi due periodi sopra descritti esiste una sostanziale differenza: durante il primo la disuguaglianza di reddito scese,

durante la grande moderazione: LA DISUGUAGLIANZA DI REDDITO SALI’

Guardando gli USA nel periodo 1976-2007 l’1% più ricco si è accaparrato il 58% della crescita generale dei redditi, nel 2002-2007 il 65%, nel 2009-2010 il 93%.

La stessa cosa è avvenuta anche nei paesi europei.

LA CRESCITA DELLE DISUGUAGLIANZE COME UNA DELLE CAUSE DELLA CRISI ECONOMICA ATTUALE

Come è ormai noto la crisi economica attuale è partita nel paese in cui le disuguaglianze sono cresciute di più: gli USA.

CON LA CRISI DI DISUGUAGLIANZA DEI REDDITI COLORO CHE SPENDONO TUTTO O QUASI TUTTO IL LORO REDDITO HANNO MENO DA SPENDERE  E COLORO CHE GIA’

STENTANO A SPENDERE ANCHE UNA FRAZIONE DEL LORO REDDITO LO VEDRANNO ANCORA AUMENTARE RISPARMIANDO DI PIU’.

In particolare negli Stati Uniti l’1% della popolazione ha visto in questi ultimi anni aumentare il risparmio dal 10% al 23% e il 99% della popolazione ha ridotto la sua quota di risparmio dal 90% al 77%,

il che comporta un trasferimento dai secondi ai primi del 13%.

Per far fronte alla riduzione dei risparmi da parte dei secondi si sono attuate politiche monetarie espansiva che come si sa sono efficaci solo se portano ad un aumento dell’indebitamento privato.

Facilitando l’accesso al credito, la discesa dei tassi d’interesse spinge infatti le famiglie ad indebitarsi. Il tasso d’indebitamento delle famiglie passò dal 60% degli anni 80 al 120% del 2007

(rispetto al loro reddito).

Le famiglie degli americani s’indebitarono soprattutto per acquistare casa e questo diede vita alla crisi dei subprime.

Per quanto riguarda l’1% della popolazione che aveva aumentato il suo reddito, cercava occasioni d’impiego per il suo risparmio, in tal modo contribuì direttamente o attraverso la mediazione di un sistema

finanziario che promette mari e monti alla fromazione di bolle speculative (immobiliari e finanziarie).

LA COLPA DEGLI INTERMEDIARI FINANZIARI.

Abbiamo quindi una parte del mondo che ha giacenze e vuole investirle, dall’altro abbiamo una parte del mondo che cerca finanziamenti perchè i suoi risparmi sono diminuiti.

Gli intermediari finanziari che dovrebbero assolvere al compito più complesso che ci sia, ovvero:

influenzare le decisioni di risparmio e investimento degli attori economici hanno rintracciato il risparmio

dei primi e hanno permesso ai secondi di utilizzarlo per attività finanziare spazzatura e per dar vita a bolle immobiliari (mutui subprime).

SE INVECE DI INVESTIRE IN TITOLI STRUTTURATI PERCHE’ ATTRATTO DA PROMESSE DI GUADAGNO INFINITO IL RISPARMIO FOSSE STATO CANALIZZATO A FINANZIARE LE PICCOLE E MEDIE

IMPRESE O LE ENERGIE ALTERNATIVE, SAREBBERO EMERSE NUOVE OPPORTUNITA’ DI CRESCITA ANZICHE’ LA DISSOLUZIONE DEI RISPARMI DI MOLTI.

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La lira sta al sud Italia come l’euro sta al sud Europa.

Ho un dubbio: non credo che il ritorno alla valuta nazionale sia la risoluzione per tutti i mali italiani, soprattutto considerando la situazione meridionale.

Credo anzi che la lira sia stata per il mezzogiorno ciò che oggi l’euro sia per il sud europa ossia lo strumento che ha impedito la crescita di queste zone.

Se oggi il cambio fisso è penalizzante per il sud europa, per quale motivo dovrebbe essere favorevole al sud Italia?

Robert Mundel nel 1961 scriveva che per poter creare un’area valutaria ottimale (OCA) erano necessarie alcune caratteristiche essenziali: a) Un forte e strutturato interscambio commerciale, in termini di importazione ed esportazione di merci, beni e servizi; b) Una effettiva mobilità del lavoro tra i paesi che intendono unirsi monetariamente; c) Una mobilità del capitale tra i paesi; d) L’integrazione totale dei mercati finanziari; e) Un coordinamento tributario che preveda univocità di aliquote; f) Una cultura comune o comunque molto compenetrabile.
Queste caratteristiche nel momento in cui si è creata l’unione valutaria europea non erano presenti tanto da far pensare agli economisti del momento che i buoni propositi della politica “regalare un sogno europeo” non sarebbero stati sufficienti per poter rendere scientificamente ottimale l’area che si stava tentando di costruire. Oggi a 12 anni dalla sua costituzione si può dire che la politica che non aveva ascoltato la scienza economica ha commesso un grave errore e che a pagare per l’errore commesso putroppo non è la stessa politica ma piuttosto i cittadini sottoposti a forzate operazioni deflattivie (d’impoverimento) perchè non potendo più attuare azioni di svalutazione della moneta i governi sono obbligati ad operare attraverso svalutazioni endogene dal lato salariale per poter rimanere competitivi.

Ma l’Italia siamo sicuri che fosse un’area valutaria ottimale?

Anzitutto perchè l’area italiana non rispettava in primis il punto a
Infatti , se il nord ha una struttura produttiva dedita al commercio internazionale estesa a plurimi settori e di dimensioni rilevanti , così non è per il resto d’Italia , con specificazione per il sud . Questo crea problemi per la parte meridionale del paese , la quale avendo una struttura esportativa più settorialmente concentrata risponde peggio a variazioni della bilancia commerciale .
In secondo luogo perchè una unione monetaria tra sistemi economici diversi funzioni bisogna in via prioritaria che vi sia mobilità e flessibilità dei fattori produttivi .
Cosa vuol dire questo ? Semplicemente che ad esempio il fattore produttivo lavoro deve essere libero di muoversi liberamente all’interno del sistema e deve essere lasciato libero di variare il suo costo .
L’Italia rispetta la prima parte , ma manca totalmente nella seconda.
Nel 1969 vennero eliminate poi le gabbie salariali con le quali veniva assicurato un certo grado di flessibilità  del salario. Introdotte nei primi anni ’50 , hanno contribuito grazie anche alla fortissima mobilità del lavoro interna al portare il tasso di disoccupazione nei primi anni ’60 al sud Italia quasi alla sua scomparsa. Dopo la loro abolizione e l’introduzione del contratto unico nazionale invece il tasso di disoccupazione è ovviamente esploso .

Per il non rispetto di questi due punti l’Italia non è un’area valutaria ottimale ribadisco da una parte per la mancanza di flessibilità salariale interna dovuta all’imposizione legislativa politica e dall’altra per la disomogenea struttura produttiva dedita al commercio estero .

Probabilmente circuiti di monete locali ben fatte rispettano maggiormente i canoni della teoria economica. E’ più facile infatti in un terreno geografico meno ampio ritrovare caratteristiche economiche e sociali più omogenee e progettare finalmente un’area valutaria ottimale  fatta come si deve.

Cosa ne dite?

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  • Gianfranco

    Quando una nazione ha territori con eccessive differenze di sviluppo economico, quasi sempre usa la leva fiscale per redistribuire le risorse ed avvantaggiare artificialmente le zone marginali o depresse.
    In Italia per ragioni storiche politiche e geografiche c’è stato quasi da subito questo squilibrio ed anche se sono stati fatti sforzi enormi per colmarlo non si è riuscito mai realmente a farlo, neanche nei momenti migliori.
    Anche in nazioni economicamente e culturalmente molto diverse da noi si sono avuti gli stessi problemi. Gli Stati Uniti per esempio hanno gli stati del sud che vivono in gran parte di sussidi e le calamità naturali periodicamente ce lo ricordano. La verità è che con la fiscalità non si riesce a risolvere questo tipo di problemi, le zone più povere o marginali con il passar del tempo impareranno a vivere di sussidi ed incentivi, mentre le parti più ricche, faranno fatica a sopportare che le loro risorse economiche frutto di sacrifici vadano ridistribuite fuori dai confini regionali.
    Io sono fermamente convinto che la dimensione monetaria debba essere al massimo inter regionale, una valuta nazionale e o continentale, che faccia da comune denominatore degli scambi, un mercato comune che dia la possibilità a tutti di competere.
    In un sistema che abbia queste minime caratteristiche ogni territorio avrebbe la possibilità di poter scegliere la propria politica economica facendo i conti con una moneta tarata sui propri fondamentali.
    Il paradosso è che, non è vero quello che solitamente si crede.
    Le regioni più povere sono le più penalizzate dal sistema attuale perché si trovano con un apparato produttivo non in linea con le regioni più ricche e oltre tutto hanno lo svantaggio di dover produrre e vendere con una moneta sopravalutata che rende i prodotti troppo cari per essere esportati.
    Di contro, le regioni più ricche, hanno un migliore apparato produttivo ed essendo loro legate ad economie relativamente deboli, mantengono un valore monetario basso tale da rendere le loro merci molto convenienti e facili da esportare.
    Vi invito a tener conto di queste riflessioni quando i media ci propongono le fortune o le sfortune dei popoli.

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Perchè manca la moneta all’economia reale: un esempio di speculazione finanziaria Carry Trade

Viviamo in un epoca  complessa e come tale difficilmente comprensibile.
Da un lato osserviamo che, quantomeno nel nostro Paese, la massa monetaria che circola e alimenta l’economia reale scarseggi, con le sue correlazioni in termini di contrazione dei consumi, riduzione della produzione e diminuzione del livello dei prezzi, configurando una spirale deflazionistica. Sul sistema economico la deflazione ha costi altissimi e ben noti: disoccupazione a livelli record, crisi delle imprese e relativa perdita di competitività, aumento della povertà ed in certi casi anche squilibri nella distribuzione della ricchezza.
Dall’altro lato leggiamo di operatori finanziari e banche che governano enormi flussi del denaro convogliandoli  in operazioni speculative dai rapporti rischio/rendimento performanti, investimenti di cui non ne beneficia l’economia reale ma che rimangono legati a speculazioni di natura puramente finanziaria.
Ma di cosa si tratta?  Sappiamo, in modo molto elementare, che un’operazione finanziaria è un’operazione attraverso la quale un determinato capitale (denaro) viene investito per un determinato tempo, vincolandolo alla specifica operazione e quindi privandosi temporaneamente della disponibilità, a fronte del rimborso a termine del medesimo capitale oltre ad un profitto, detto anche rendimento o interesse. Il rendimento è normalmente proporzionato al rischio dell’investimento, cioè alla probabilità di non guadagnare quanto sperato, di non guadagnare alcunché  o addirittura di perdere in tutto o in parte il capitale investito. Di regola, più alto è il rendimento più elevato è il rischio: la valutazione di convenienza delle operazioni finanziarie viene normalmente stimata da rapporti rischio/rendimento.
La durata dell’investimento, ovvero in alternativa le tempistiche necessarie a disinvestire anticipatamente magari cedendo a terzi l’operazione, misura il grado di liquidità dell’operazione ed è una componente della rischiosità relativa. Più l’investimento è illiquidito (cioè difficilmente monetizzabile a seguito del relativo disinvestimento) maggiore è la rischiosità.
La propensione al guadagno (ma anche alle perdite) di operazioni finanziarie può essere amplificata grazie al ricorso a moltiplicatori: il moltiplicatore più comune è la leva finanziaria grazie alla quale, oltre al capitale proprio, l’investitore ricorre a capitale di terzi (solitamente oneroso) e specula sul differenziale del rendimento dell’operazione rispetto al costo di reperimento delle ulteriori risorse.
Esempio: Supponiamo di voler considerare l’acquisto di obbligazioni (cioè titoli di debito) di una certa società. Non si tratta di azioni (ovvero capitale di rischio), ma di titoli di debito per cui il profilo di rischio dell’investimento è minore sebbene tutt’altro che inesistente. Supponiamo che tali obbligazioni vengano rimborsate dopo un anno dall’acquisto e che rendano il 6%. L’investitore ha la disponibilità di 1 milione di Euro, per cui sa che acquistando obbligazioni per il valore di un milione avrà l’aspettativa di vedersi rimborsato dopo un anno il suo capitale oltre agli interessi pari al 6%, e così per la somma complessiva pari ad € 1.060.000,00. L’investitore valuta di complicare l’operazione, cercando di moltiplicarne il rendimento ricorrendo alla leva finanziaria. Supponiamo che il nostro investitore abbia la possibilità di ottenere a prestito da parte di terzi un capitale per € 4 milioni da rimborsare sempre ad un anno con interessi pari al 4%. L’operazione quindi potrebbe essere così realizzata: l’investitore si finanzia per € 4 milioni da rimborsare un anno dopo unitamente ad interessi calcolati al tasso annuo del 4%, ovvero per la somma complessiva pari ad € 4.160.000,00; l’investitore, utilizzando il capitale proprio (pari ad € 1 mil) ed il capitale di credito (€ 4 mil.) acquista obbligazioni per complessivi € 5 milioni con l’aspettativa di ottenere dopo un anno il rimborso dell’intero capitale oltre agli interessi pari al 6%, e così per la somma complessiva pari ad € 5.300.000.00. Sappiamo che l’investitore dovrà rimborsare capitale preso a prestito per € 4 mil oltre ad interessi passivi per € 160.000,00, per cui nelle tasche dell’investitore rimarranno € 1.140.000.
Così facendo il nostro investitore ha guadagnato € 140.000 che rispetto al capitale proprio investito (€ 1 Mil) rappresenta un rendimento del 14% contro del 6% che avrebbe ottenuto senza il ricorso alla leva. Evidentemente, la rischiosità dell’operazione aumenta, perché se l’investimento non dovesse fruttare quanto promesso o addirittura dovesse andare perso, ad esempio a seguito di fallimento della società che ha emesso le obbligazioni, l’investitore si troverebbe nella condizione non solo di aver perso il proprio capitale ma anche di dover rimborsare quanto ottenuto a sua volta a debito.
A questo punto l’investitore potrebbe decidere di complicare ancor di più l’operazione, aggiungendo ad esempio un ulteriore livello speculativo (e quindi di rischiosità): il profilo valutario. L’investitore  può decidere infatti di finanziarsi a sua volta e/o investire in Paesi differenti, speculando sulle aspettative di andamento dei rapporti di cambio valutari oltre che sui diversi livelli remunerativi degli investimenti e dei tassi di interesse sui finanziamenti che sistemi paese differenti consentono a seconda delle politiche monetarie adottate.
Può così accadere che il nostro investitore, che magari è una grande banca in grado di spostare flussi finanziari ingenti, decida di indebitarsi in Paesi che adottano tassi di interessi bassi (ad esempio USA, Giappone, Europa) e che decida così di acquistare titoli di Stato di Paesi emergenti e politicamente stabili (così da limitare il profilo di rischio) con rendimenti elevati, andando così a speculare sia sul differenziale dei tassi di interessi sia sull’andamento valutario.
Questa operazione prende il nome di Carry Trade.
Considerando che operatori finanziari e banche di tutto il mondo movimentano flussi finanziari enormi in operazioni di Carry trade, quest’ultimo assume il ruolo di vero e proprio marker della speculazione internazionale connessa alle politiche monetarie adottate dai diversi Paesi. Masse enormi di denaro prese a prestito in Paesi che adottano politiche di tassi di interesse tendenti a zero, adottati dalle rispettive banche centrali per sostenere  economie con PIL in modesta crescita o addirittura con andamenti negativi, vengono dirottate verso Paesi con PIL crescenti e tassi di interesse fortemente remunerativi. Una spirale speculativa devastante che accelera le distanze fra sistemi Paese profondamente differenti alimentata da flussi finanziari globali. Apparentemente un tale scenario penalizza i Paesi che vedono privarsi di liquidità a vantaggio di quelli che al contrario godono di investitori stranieri pronti a sottoscrivere titoli del debito pubblico. Ma non è sempre così perché a questi livelli non c’è nulla di semplice e le variabili sono molte: si pensi ad esempio agli USA che fungono spesso da base per operazione di Carry trade con il tasso di interesse tenuto dalla FED sostanzialmente a zero. La politica monetaria espansiva adottata, in quel contesto, ha garantito comunque elevata la massa monetaria in circolazione e ha mantenuto debole il  dollaro rispetto ad altre monete (ad esempio nei confronti dell’Euro) a tutto vantaggio delle esportazioni statunitensi risetto alle importazioni, realizzando una protezione e stimolo del mercato interno in quella che è stata spesso chiamata “la guerra delle valute”.
Il Carry trader  si finanzia quindi in mercati caratterizzati da bassi tassi di interesse e investe in Paesi dove i tassi sono più elevati speculando sia sul differenziale tra i tassi sia sull’andamento delle valute (la differenza tra il rendimento dell’investimento ed il costo del finanziamento prende il nome di haircut).  L’utilizzo fisiologico della leva finanziaria (poco capitale, molto debito) permette di moltiplicare i rendimenti rispetto ai capitali investiti ma al contempo ne aumenta la rischiosità. Per questo motivo, da un lato vengono scelte valute stabili che riducono il rischio di eccessiva volatilità, dall’altro lato si investe prevalentemente in titoli di Stato così da evitare rischi di asset poco liquidi o dotati di un profilo di rischio diverso da quello del sistema paese di riferimento.
E’ stato osservato come la relativa stabilità del cambio tra dollaro statunitense e yen abbia stimolato importanti operazioni di carry trade basate sull’indebitamento in yen, conversione degli yen in dollari statunitensi e in altre valute straniere e conseguente investimento dei capitali così ottenuti in titoli di Stato o strumenti finanziari a rischio basso o nullo con rendimento evidentemente maggiore rispetto agli oneri finanziari connessi al reperimento dei fondi (ad esempio titoli di Stato Brasiliani) .
L’attività del carry trader è estremamente dinamica ed è fortemente influenzata dalle informazioni  circa le politiche finanziarie adottate o da adottarsi nel futuro prossimo. In effetti ad un operatore finanziario di questo tipo poco importa una visione di lungo termine: il suo orizzonte temporale coincide con la durata della disponibilità del denaro. Il Carry trader si trova spesso a dover procedere a cambiamenti nella propria strategia di investimento e talvolta realizza rapidi disinvestimenti per ridurre le perdite (causate ad esempio da una inattesa alterazione degli andamenti valutari o delle politiche monetarie adottate dalle banche centrali). Abbiamo assistito anche di recente a qualche cambiamento di questo tipo. Si pensi che nel maggio 2013 moltevalute emergenti hanno subito una correzione violenta, invertendo il loro trend di crescita. Si è temuto il “sell off” degli asset emergenti da parte degli investitori, ossia la vendita di titoli o altri beni di investimento durante il ribasso delle quotazioni al fine di evitare perdite maggiori. Inoltre il rischio frenata del “quantitative easing” delle principali banche centrali (ovvero il processo di creazione di moneta anche al fine di acquistare titoli di stato) ha concorso a rallentare i fenomeni di carry trade. Ciò è divenuto ancor più concreto quando nel Giugno scorso la Fed ha annunciando un graduale riduzione della liquidità messa in circolazione: di conseguenza è salito il rendimento dei titoli di Stato statunitensi, favorendo un apprezzamento del dollaro sulle principali valute. E’ ovvio che se la Fed immettesse meno dollari, la valuta statunitense tenderebbe a rivalutarsi  e gli Stati Uniti non sarebbero più un Paese interessante per compiere operazioni di carry trade, benché il tasso di interesse sia ancora praticamente azzerato.  In realtà, disattendendo quanto annunciato, poche settimane fa (settembre 2013) la FED ha stupito tutti confermando la propria politica monetaria espansiva (cioè il mantenimento dei livelli di liquidità da immettere sul mercato): abbiamo così assistito ad un fenomeno che gli operatori hanno chiamato “repricing”, la cui migliore traduzione in italiano è “riprezzamento”. Il dollaro è sceso, le valute dei Paesi emergenti sono salite, i tassi di interesse sono scesi, sconvolgendo nuovamente lo scenario finanziario globale.
Può apparire incredibile che il mondo intero si “riprezzi” solo a seguito del rinvio da parte della FED di intervenire sulla propria politica monetaria: si tratta infatti di una manovra che prima o poi dovrà essere assunta e quindi ci si aspetterebbe che mercati maturi e stabili ne avessero già metabolizzato gli effetti. Al contrario, l’aver posticipato tale decisione ha modificato lo scenario dei mercati finanziari mondiali, a dimostrazione del concetto sopra espresso dei brevi orizzonti temporali tipici degli speculatori, impegnati a fare soldi con i soldi nell’immediato, molto meno interessati agli andamenti di lungo termine ed alla sottostante economia reale.
Le operazioni di Carry trade e più in generale tutte le operazioni finanziarie possono poi trovare ulteriori livelli di complessità attivando ad esempio derivati finanziari che al pari della leva operano come moltiplicatori di rendimento ovvero, diversamente, riducano i rischi  (in questo caso detti hedging).
Negli ultimi anni abbiamo assistito anche in Europa ad enormi operazioni speculative dagli esiti tuttavia non sempre felici. Pensiamo a quelle banche che hanno investito in titoli di Stato emessi dai Paesi più in difficoltà (come il nostro) speculando sugli alti tassi di interessi .
Secondo molti osservatori, infatti, molte banche del vecchio continente avrebbero iniziato a lucrare sui bond dei cosiddetti GIPSI (noti anche come Pigs, ovvero Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia)  fino a quando però le perdite sul corso dei bond dei GIPSI non hanno iniziato a generare perdite insostenibili sui bilanci delle banche stesse.
All’aumentare degli spread e quindi dei tassi, infatti,  diminuisce il valore e quindi il mark to market in bilancio alla banca, con relative diminuzioni  dei coefficienti patrimoniali delle banche stesse. In altre parole, le banche facendo leva finanziaria hanno investito enormi risorse in titoli di stato con alti rendimenti speculando sul differenziale di tasso fra interessi passivi dei debiti contratti e rendimenti attivi dei titoli acquistati. Ma il declassamento dei Paesi i cui titoli di Stato rappresentano l’oggetto della speculazione finanziaria ha obbligato le banche alla svalutazione delle poste attive nei loro bilanci provocando il deprezzamento delle banche stesse con conseguenti perdite economiche e crescenti difficoltà ad accedere alla raccolta di nuove risorse finanziarie sul mercato.
I casi più eclatanti sono stati quello di Dexia, banca franco belga, e quello della Banca di Cipro, che hanno investito pesantemente in titoli di Stato ad alti tassi (greci e portoghesi in particolare) ma venendo a ridursi l’affidabilità di tali investimenti hanno subito la contrazione delle proprie consistenze patrimoniali con conseguenti difficoltà nel collocare le proprie obbligazioni nel mercato andando così in crisi di liquidità.
Si stima che nel marzo 2010 le banche europee avessero in portafoglio oltre 94 miliardi di bond greci, la maggior parte dei quali (circa 56 miliardi) nelle banche dei Paesi GIPSI. A settembre 2011 pare ne fossero rimarti 24 miliardi, 21 dei quali in mano a banche Gipsi. Sempre nel marzo 2010 le banche europee avevano in portafoglio 264 miliardi di bond italiani, 115,4 dei quali in mano a banche franco tedesche, i restanti in banche di Paesi GIPSI. A dicembre 2011, i bond italiani in mano alle banche erano 223 miliardi di cui però la quota a carico delle banche franco tedesche si era ridotta di un buon 40%. Come dire, le banche dei Paesi forti (Francia e Germania) se ne sono lavati le mani.
Ricordiamo che tra la seconda metà del 2011 e il primo semestre 2012, la BCE è intervenuta a sostegno delle banche europee  con finanziamenti a tasso intorno al 1% per circa  1.019 miliardi di euro, di le banche italiane hanno ricevuto circa 270 miliardi.. Tale operazione è stata eseguita per sostenere le banche dei Paesi GIPSI nel dover fronteggiare l’acquisto dei titoli di Stato, non più attrattivi per i Paesi non GIPSI. Siamo nello scenario della crisi dei debiti sovrani che ha portato l’aumento dei tassi di interesse dei titoli di Stato dei Paesi con alti debiti pubblici e basso PIL, facendo emergere la sindrome da spread. Tuttavia tale scenario ha anche permesso alle banche di sviluppare un’enorme speculazione finanziaria considerando il differenziale di tasso tra il prestito della BCE ed il rendimento dei titoli di Stato.  In Italia, anche la Cassa depositi e Prestiti ha ricevuto un finanziamento di 20 miliardi all’1 per cento di interessi da parte della BCE e tale prestito era finalizzato a finanziare le piccole e medie imprese cioè l’economia reale, di questo però se ne è sentito parlare solo di redente.
In sostanza, le banche franco tedesche si sono liberate di titoli di stato a rischio, le banche dei paesi GIPSI hanno tamponato l’emorragia della crisi dei debiti sovrani a scapito del credito alle imprese e famiglie (già ridotto per effetto delle strette di Basilea e dell’alto livello di sofferenze negli impieghi generate dalla crisi in cui versa l’economia reale), mentre nei bilanci delle banche si sono create artificiosamente condizioni di maturazione di utili, necessari a coprire le perdite per impieghi ad alto rischio di recupero.
C.Boggi
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Esempio reale di scambio in moneta complementare attraverso una camera di compensazione.

Vorrei fare un esempio reale di scambio in compensazione e porre in evidenza come lo scambio incida sulla domanda locale e come sia semplice utilizzare al posto della liquidità un sistema di mutuo credito.
Poniamo che un imprenditore edile (oggi si sa che l’edilizia è in una vera e profonda crisi) debba acquistare 50.000 euro di pannelli fotovoltaici per un lotto in costruzione.

Non avendo liquidità si rivolge ad un istituto di credito che dopo aver controllare il rating aziendale decide in un primo momento di non concedere nulla e dopo un’ulteriore verifica di concedere il prestito ad un tasso esagerato .
Fortunatamente dopo essere venuto a conoscenza del progetto grazie a convegni organizzati ad Imola dall’associazione Economia Facilitata e essersi confrontato con un suo amico professionista attivitsta di  EFA, decide di diventare socio della camera di compensazione. La compagnia di assicurazione crediti che collabora con EFA lo affida per una somma di  50000 efa proprio il credito che gli occorre per far fronte alle sue spese. Può quindi da subito fare acquisti per quella somma e soprattutto quella somma non gli costerà nulla in termini di interessi passivi.
La prima cosa che fa dopo aver pagato la quota associativa è quella di cercare all’interno del portale web che EFA metterà a disposizione di tutti gli iscritti chi in EFA commercializza pannelli fotovoltaici. Dopo aver trovato un paio di aziende locali iscritte alla camera chiede ad entrambe un’ offerta, una delle due è più concorrenziale, nel giro di un mese riceve la merce che può installare tranquillamente sui tetti delle sue case. La sua amministrazione emette la fattura con pagamento 100% in compensazione presso il conto EFA.
Appena emessa la fattura verrà contabilizzato sul conto EFA il suo debito di 50000 efa
e per la società credititrice un + 50000 efa. In questo passaggio è chiaro come non sia necessario attendere 120, 180 giorni prima di saldare il debito nei confronti del creditore. Quest’ultimo può a sua volta utilizzare il credito immediatamente e non dopo 120 180 giorni per acquistare il prodotto finito dal produttore di pannelli, quest’ultimo  a sua volta può utilizzare il credito immediatamente per acquistare la carpenteria(anche qui li l’iter è lo stesso, fattura e accredito immediato) che a sua volta può usare il credito immediatamente per acquistare la verniciatura o le materie prime, il verniciatore può acquistare le vernici all’interno di efa, il produttore di vernici decide a un certo punto di acquistare un software gestionale che non potrebbe altrimenti permettersi perché privo di liquidità e credito, il produttore di software che ha una causa con un’altra società utilizzerà un avvocato all’interno di EFA, l’avvocato ha bisogno di un commercialista e lo trova in EFA, il commercialista dal momento che con EFA il lavoro è aumentato molto ha necessità di far fare straordinario ai suoi 10 dipendenti, decide di pagare questa parte dello stipendio in crediti, i suoi dipendenti utilizzeranno il credito per fare la spesa presso i due market iscritti ad EFA, fare colazione presso i bar iscritti ad EFA e utilizzare il servizio di mensa iscritto ad EFA. Il municipio decide anch’esso di provare questo strumento e decide che una parte dei tributi locali li incasserà in crediti. I crediti in EFA il comune potrà spenderli presso i fornitori già presenti in EFA, per esempio un appalto per la ristrutturazione di una scuola viene vinto proprio dalla prima società edile che ha dato vita a tutto questo giro d’affari. Il costruttore non dovrà aspettare mesi o anni per ottenere il credito, il passaggio sarà immediato e il suo potere d’acquisto altrettanto.

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