COMITATO PER L'UNITÀ DI CONTO EFA (ECONOMIA FACILITATA) Menu

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Viaggio verso la nascita del denaro: dal dono alle equivalenze.

Dopo il neolitico con l’età del Bronzo, quando si chiude la preistoria, appare (verso il 3600 a.C.) un fenomeno del tutto nuovo nella vita degli uomini: l’urbanesimo. I villaggi di capanne lasciano il posto a grandi città di pietra. Nascono attorno al 3000 a.C. gli imperi irrigui, si formano infatti lungo il corso di grandi fiumi: Tigri, Eufrate, Nilo. Sono gli imperi Sumero, Assiro, Babilonese, Ittita, Egizio.  Nasce la forma-Stato che ha al suo vertice il monarca e una casta di burocrati che si serve di una novità sconvolgente: la scrittura.

A seguito di queste trasformazioni sociali, lo scambio muta, si passa dal sistema del dono e contro dono al sistema delle equivalenze. Lo scambio non è più rituale, il donare per il piacere di dare e ricevere, ma comincia a diventare una necessità.

Con la nascita di un sistema sociale più organizzato, i beni primari paradossalmente non sono più o comunque non sono sempre a portata di mano, quindi anche il baratto nella sua forma “pura” ossia indifferente al valore oggettivo delle cose scambiate non è più concepibile. Si passa al sistema delle equivalenze, dal momento che è diventato ormai indispensabile, lo scambio individuale, una volta osteggiato; deve avvenire secondo certe equivalenze prefissate fra bene e bene in modo che non ci sia profitto di una delle parti a scapito o danno dell’altra.

Come spiega Aristotele: l’equivalenza nasce dalla profonda esigenza che permea tutte le società che vissero la storia più remota dell’uomo: mantenere salda l’unità del gruppo, per far fronte con il massimo di coesione e di forza ai pericoli di un mondo esterno sentito come pericoloso. Anche in queste società come in quelle del neolitico si ritiene che il lucro e il guadagno individuale incrinino la solidità e l’unità del gruppo, anche se ormai non ha più dimensioni e strutture tribali ma statuali.

 Chi stabilisce la giusta misura? La tradizione, la consuetudine, la legge dello Stato. L’equivalenza è quindi una ragione di scambio fissa. Noi oggi diremo un prezzo fisso e in parte politico. Es. Una misura di frumento si scambia sempre con una giara di vino, il prezzo non può essere contrattato ne al rialzo ne al ribasso.

Che cosa succede quando un bene diventa scarso? Questa è la domanda polemica che pongono gli economisti moderni, i quali vogliono a tutti i costi cogliere l’esistenza del denaro e dell’economia di mercato anche nelle società arcaiche. La risposta è che quando la consuetudine e la tradizione non bastano è l’intervento dello stato a garantire il sistema, razionando il bene in modo che tutti ne abbiano la minima quantità e i ricchi non possano accaparrarselo. Il concetto di razione minima, è fondamentale in questi imperi arcaici.

Gli antichi imperi erano delle società collettiviste, non più comunitarie, dove la redistribuzione avveniva in modo automatico, spontaneo, attraverso la pianificazione di un capo che impediva la povertà. Gli imperi erano delle vere e proprie società comuniste perché la produzione e la distribuzione venivano pianificate dall’alto. Il posto lasciato all’iniziativa privata era zero. Eppure a differenza di quello che accadrà alcune migliaia di anni dopo in Unione Sovietica, pare che queste società funzionassero piuttosto bene. La storia racconta che durante l’età del bronzo le crisi economiche furono determinate dall’irruzione negli imperi di una produzione e di uno scambio non organizzati. La crisi cessava e le cose si rimettevano a marciare quando lo stato riprendeva in mano le redini dell’economia, in antitesi con il moderno concetto di libertà del mercato dalle redini dello stato.

In un sistema delle equivalenze il denaro non è necessario, nemmeno la moneta merce funge da intermediario degli scambi. Lo scambio avviene nella forma del baratto diretto (una misura di frumento contro una giara di vino) o indiretto, quando l’acquirente raggiunge il suo oggetto di desiderio dopo una serie di passaggi di mano.

In quegli anni nessun bene per quanto diffuso e fungibile divenne mai intermediario privilegiato per lo scambio conquistando così la funzione del denaro. Se non esisteva la moneta come mezzo di scambio esisteva come misura del valore, questa funzione era indispensabile per raggiungere e valutare l’equivalenza nel caso di transazioni complesse. Esiste invece, come già nel neolitico, la moneta-merce con funzione di mezzo di pagamento. Quando si può dire che una merce è usata come mezzo di pagamento ed è quindi moneta? Quando lo stesso bene può essere impiegato per far fronte a diversi tipi di obbligazione. Negli Imperi, merci di questo tipo esistono e servono per saldare quelle obbligazioni (soprattutto le imposte) che non si esauriscono, come avviene in genere in questi sistemi, in prestazioni personali. A Babilonia per esempio era l’orzo ad assolvere la funzione di mezzo di pagamento. Un’altra caratteristica del complicato sistema degli antichi Imperi è infatti che non sempre,  la merce che serve come moneta di conto serve anche come mezzo di pagamento o come deposito di ricchezza. Così a Babilonia il siclo d’argento è moneta di conto, l’orzo è  mezzo di pagamento, i metalli preziosi deposito di ricchezza.

Il sistema delle equivalenze degli antichi imperi ha funzione di misura del valore, di mezzo di pagamento, di deposito di ricchezza, ma non ancora come intermediario degli scambio.

Biliografia usata:

Massimo Fini: Il denaro sterco del demonio

Aristotele: Politica e Etica Nicomachea

K.Polany: La sussistenza dell’uomo

F.M. Heichelheim: Storia economica del mondo antico

 

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