COMITATO PER L'UNITÀ DI CONTO EFA (ECONOMIA FACILITATA) Menu

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La lira sta al sud Italia come l’euro sta al sud Europa.

Ho un dubbio: non credo che il ritorno alla valuta nazionale sia la risoluzione per tutti i mali italiani, soprattutto considerando la situazione meridionale.

Credo anzi che la lira sia stata per il mezzogiorno ciò che oggi l’euro sia per il sud europa ossia lo strumento che ha impedito la crescita di queste zone.

Se oggi il cambio fisso è penalizzante per il sud europa, per quale motivo dovrebbe essere favorevole al sud Italia?

Robert Mundel nel 1961 scriveva che per poter creare un’area valutaria ottimale (OCA) erano necessarie alcune caratteristiche essenziali: a) Un forte e strutturato interscambio commerciale, in termini di importazione ed esportazione di merci, beni e servizi; b) Una effettiva mobilità del lavoro tra i paesi che intendono unirsi monetariamente; c) Una mobilità del capitale tra i paesi; d) L’integrazione totale dei mercati finanziari; e) Un coordinamento tributario che preveda univocità di aliquote; f) Una cultura comune o comunque molto compenetrabile.
Queste caratteristiche nel momento in cui si è creata l’unione valutaria europea non erano presenti tanto da far pensare agli economisti del momento che i buoni propositi della politica “regalare un sogno europeo” non sarebbero stati sufficienti per poter rendere scientificamente ottimale l’area che si stava tentando di costruire. Oggi a 12 anni dalla sua costituzione si può dire che la politica che non aveva ascoltato la scienza economica ha commesso un grave errore e che a pagare per l’errore commesso putroppo non è la stessa politica ma piuttosto i cittadini sottoposti a forzate operazioni deflattivie (d’impoverimento) perchè non potendo più attuare azioni di svalutazione della moneta i governi sono obbligati ad operare attraverso svalutazioni endogene dal lato salariale per poter rimanere competitivi.

Ma l’Italia siamo sicuri che fosse un’area valutaria ottimale?

Anzitutto perchè l’area italiana non rispettava in primis il punto a
Infatti , se il nord ha una struttura produttiva dedita al commercio internazionale estesa a plurimi settori e di dimensioni rilevanti , così non è per il resto d’Italia , con specificazione per il sud . Questo crea problemi per la parte meridionale del paese , la quale avendo una struttura esportativa più settorialmente concentrata risponde peggio a variazioni della bilancia commerciale .
In secondo luogo perchè una unione monetaria tra sistemi economici diversi funzioni bisogna in via prioritaria che vi sia mobilità e flessibilità dei fattori produttivi .
Cosa vuol dire questo ? Semplicemente che ad esempio il fattore produttivo lavoro deve essere libero di muoversi liberamente all’interno del sistema e deve essere lasciato libero di variare il suo costo .
L’Italia rispetta la prima parte , ma manca totalmente nella seconda.
Nel 1969 vennero eliminate poi le gabbie salariali con le quali veniva assicurato un certo grado di flessibilità  del salario. Introdotte nei primi anni ’50 , hanno contribuito grazie anche alla fortissima mobilità del lavoro interna al portare il tasso di disoccupazione nei primi anni ’60 al sud Italia quasi alla sua scomparsa. Dopo la loro abolizione e l’introduzione del contratto unico nazionale invece il tasso di disoccupazione è ovviamente esploso .

Per il non rispetto di questi due punti l’Italia non è un’area valutaria ottimale ribadisco da una parte per la mancanza di flessibilità salariale interna dovuta all’imposizione legislativa politica e dall’altra per la disomogenea struttura produttiva dedita al commercio estero .

Probabilmente circuiti di monete locali ben fatte rispettano maggiormente i canoni della teoria economica. E’ più facile infatti in un terreno geografico meno ampio ritrovare caratteristiche economiche e sociali più omogenee e progettare finalmente un’area valutaria ottimale  fatta come si deve.

Cosa ne dite?

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  • Gianfranco

    Quando una nazione ha territori con eccessive differenze di sviluppo economico, quasi sempre usa la leva fiscale per redistribuire le risorse ed avvantaggiare artificialmente le zone marginali o depresse.
    In Italia per ragioni storiche politiche e geografiche c’è stato quasi da subito questo squilibrio ed anche se sono stati fatti sforzi enormi per colmarlo non si è riuscito mai realmente a farlo, neanche nei momenti migliori.
    Anche in nazioni economicamente e culturalmente molto diverse da noi si sono avuti gli stessi problemi. Gli Stati Uniti per esempio hanno gli stati del sud che vivono in gran parte di sussidi e le calamità naturali periodicamente ce lo ricordano. La verità è che con la fiscalità non si riesce a risolvere questo tipo di problemi, le zone più povere o marginali con il passar del tempo impareranno a vivere di sussidi ed incentivi, mentre le parti più ricche, faranno fatica a sopportare che le loro risorse economiche frutto di sacrifici vadano ridistribuite fuori dai confini regionali.
    Io sono fermamente convinto che la dimensione monetaria debba essere al massimo inter regionale, una valuta nazionale e o continentale, che faccia da comune denominatore degli scambi, un mercato comune che dia la possibilità a tutti di competere.
    In un sistema che abbia queste minime caratteristiche ogni territorio avrebbe la possibilità di poter scegliere la propria politica economica facendo i conti con una moneta tarata sui propri fondamentali.
    Il paradosso è che, non è vero quello che solitamente si crede.
    Le regioni più povere sono le più penalizzate dal sistema attuale perché si trovano con un apparato produttivo non in linea con le regioni più ricche e oltre tutto hanno lo svantaggio di dover produrre e vendere con una moneta sopravalutata che rende i prodotti troppo cari per essere esportati.
    Di contro, le regioni più ricche, hanno un migliore apparato produttivo ed essendo loro legate ad economie relativamente deboli, mantengono un valore monetario basso tale da rendere le loro merci molto convenienti e facili da esportare.
    Vi invito a tener conto di queste riflessioni quando i media ci propongono le fortune o le sfortune dei popoli.

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