COMITATO PER L'UNITÀ DI CONTO EFA (ECONOMIA FACILITATA) Menu

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UN DOGMA DELL’ECONOMIA CLASSICA: IL PARADIGMA DELLA SCARSITA’

E’ una particolare visione del capitalismo che affonda le sue radici nella seconda metà del XIX secolo ma vanta ancora oggi numerosi sostenitori di alto rango, in accademia e nelle banche centrali, e rappresenta la base concettuale di riferimento del “mainstream” contemporaneo, la teoria macroeconomica dominante. Il paradigma della scarsità suggerisce l’idea che la ricchezza di una nazione sia essenzialmente determinata dalle risorse produttive di cui dispone: ossia lavoro, capitale e conoscenze tecniche accumulate. Queste grandezze, dette fondamentali, determinano i livelli di produzione e occupazione che nel gergo apologetico della teoria dominante vengono definiti “di equilibrio naturale”.

Che una crisi possa ridurre l’occupazione al di sotto del livello di equilibrio viene ammesso, ma si precisa che lo scostamento sarà di breve periodo: prima o poi i meccanismi di mercato riporteranno il sistema economico verso la sua posizione naturale. In quest’ottica, lo sviluppo economico è vincolato da fondamentali, ossia principalmente dalla scarsità di lavoro effettivamente disponibile.

Con poche eccezioni, dal paradigma della scarsità scaturisce l’idea che sia opportuno affidare alla libera concorrenza sui mercati la mobilitazione delle risorse produttive al fine di determinare un loro impiego pieno, efficiente, generatore di massima crescita economica. L’equilibrio naturale, sarà tanto migliore in termini di occupazione, sviluppo e benessere, quanto più le risorse produttive disponibili saranno affidate alle forze del mercato. Qualsiasi ostacolo alla competizione tra capitali e tra lavoratori finisce infatti per turbare l’andamento dei prezzi di mercato e pregiudicare di conseguenza l’utilizzo pieno e ottimale delle risorse esistenti.

Per esempio, un welfare eccessivamente generoso o sussidi di disoccupazione troppo alti, che consentono a tanti indidividui di vivere da nullafacenti, rendono ancor più scarso il numero di lavoratori disponibili sul mercato e quindi limitano le possibilità di crescita della produzione e della ricchezza.

Il paradigma della scarsità da sostegno teorico a una serie di pregiudizi radicati nella pubblica opinione, come ad esempio l’idea che si possa interpretare la complessa realtà economica sottesa ai bilanci statali o alle bilance commerciali di interi paesi come se si trattasse dei conti di una semplice unità familiare. In effetti, se una famiglia non riesce a rimborsare i prestiti contratti in passato, si dice che essa ha vissuto oltre le sue possibilità e deve quindi rivedere gli stili di vita per risanare i conti, Per analogia, allora, si sostiene che pure un’economia nazionale afflitta dal debito debba essere governata secondo i crismi del buon padre di famiglia incarnati da Polonio, che suggeriva a Laerte di essere frugale, di non dilapidare le risorse scarse e di non chiedere denaro in prestito. Da tale analogia deriva quindi il luogo comune secondo cui tutti noi, in questi anni, avremmo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, caricando un insostenibile debito sulle giovani generazioni e dovremmo pertanto rimediare agli eccessi del passato attraverso i sacrifici.  IL PARADIGMA DELLA SCARSITA’ LEGITTIMA DUNQUE LE POLITICHE DI AUSTERITA’.

Come è tipico soprattutto dei tempi di crisi, la concezione dell’economia basata sulla scarsità fa oggi proseliti in ogni dove, soprattutto fra le vaste schiere di analisti e politici allevati per anni nella bambagia di un diffuso conformismo. Le conclusioni suggerite dal paradigma dominante permeano la comunicazione politica, si fanno senso comune senza essere sottoposte a una verifica, a un contradditorio. Prendiamo ad esempio l’idea secondo cui noi tutti, in questi anni, avremmo vissuto al disopra dei nostri mezzi caricando un insostenibile debito sulle giovani generazioni. Questa litania circola da mesi indisturbata sui media. Ma in che senso noi tutti avremmo vissuto al di sopra dei mezzi visto che l’economia è afflitta da un sistematico sottoutilizzo del lavoro, degli strumenti di produzione e delle forze produttive esistenti? E ancora, come può l’economia nazionale ripagare i suoi debiti attraverso l’austerità, se questa a sua volta implica un ulteriore mancato utilizzo delle forze produttive e un ulteriore calo dei redditi? Infine perchè mai le giovani generazioni sarebbero salvaguardate dalla politica di austerità visto che questa contribuisce al dilagare della disoccupazione soprattutto tra di loro?

Il paradigma della scarsità non è in grado di replicare in modo coerente a queste e a molte altre obiezioni. Più in generale, non appare capace di analizzare i complessi meccanismi di funzionamento del regime di accumulazione dell’ultimo trentennio, poi alcuni suoi concetti chiave come l’equilibrio naturale rappresentano dei corpi del tutto estranei al funzionamento effettivo dell’accumulazione capitalistica. Non suscita allora meraviglia che i più illuminati esponenti del amainstream come i premi nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, siano riusciti ad aprire uno squarcio di luce sulla crisi proprio nei casi in cui hanno oltrepassato, sia pure in via temporanea, l’angusto perimetro concettuale del paradigma della scarsità. VIceversa, gli osservati che nel mezzo della crisi sono rimasti integralmente fedeli alle argomentazioni del paradigma dominante si trovano ormai, più o meno inconsapevolmente, a fungere da puntelli, da supporti ideologici di un meccanismo di produzione e distribuzione gravemente compromesso, funzionale ad un nucleo sempre più limitato e concentrato di interessi privati.

 

 

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