COMITATO PER L'UNITÀ DI CONTO EFA (ECONOMIA FACILITATA) Menu

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Keynes e l’International Clearing Union (Camera di Compensazione internazionale)

Il testo scritto da Keynes nel 1943, dal titolo Proposal for an International Clearing Union rappresentò la posizione della Gran Bretagna alla conferenza che ridisegnò la governance economica mondiale nel secondo dopoguerra (Bretton Woods). Il piano consisteva nell’istituzione di un organismo sovranazionale chiamato International Clearing Union (ICU) con potere di controllo sui tassi di cambio e sul commercio internazionale. Il funzionamento del sistema, definito da Keynes stesso simile a quello di una banca, offriva una cornice all’interno della quale gli stati membri sarebbero stati in grado di correggere gli squilibri commerciali, siano essi surplus o deficit, in maniera tale da mantenere il livello della domanda aggregata internazionale vicino al suo potenziale.
Il piano Keynes prevedeva innanzitutto l’entrata in funzione di un sistema multilaterale di cambi fissi ma aggiustabili, ancorati ad una valuta utilizzabile solo per gli scambi internazionali chiamata bancor, a sua volta ancorata ad una quantità fissa ma non inalterabile di oro. Le nazioni avrebbero quindi detenuto presso l’ICU un credito o un debito, a seconda dei casi, denominato in bancor. Compito dell’ICU sarebbe stato quello di gestire una efficiente allocazione internazionale del credito tra nazioni debitrici e creditrici, nonché prevenire l’accumulazione di crediti o debiti eccessivi con misure adeguate a riportare il commercio internazionale in equilibrio. Ad ogni nazione sarebbe data la possibilità di incorrere in deficit o surplus (denominato in bancor) presso la Clearing Union stesso in rispetto a delle “quote” assegnate da un Governing Board centrale, stabilite sulle base del volume medio del commercio degli anni precedenti ma suscettibili di aggiustamenti. In caso di deficit superiore di un quarto alla quota prestabilita, in accordo con il Governing Board, la nazione avrebbe proceduto alla svalutazione della propria valuta. In caso di deficit superiore alla metà della quota, il Board avrebbe potuto richiedere l’adozione di una o più delle seguenti misure: svalutazione della divisa nazionale, controllo dei capitali in uscita, saldo del debito con trasferimento di oro o altre riserve. In caso di superamento di tre quarti della quota, qualora considerato insostenibile, il Board avrebbe dichiarato il paese in default, subordinando di fatto l’accesso al credito della Clearing Union alla discrezione del Board stesso. In caso di surplus invece il paese avrebbe deciso in accordo con il Governing Board per una delle seguenti misure: l’espansione del credito e della domanda nazionale, la rivalutazione nei confronti del bancor della propria divisa, la riduzione di tariffe o dazi che potessero scoraggiare le importazioni, prestiti internazionali mirati. Keynes stesso dedicò particolare attenzione a chiarire come il funzionamento della Clearing Union non rappresentasse un ostacolo all’espansione dell’economie più forti. Al contrario, grazie alla gestione multilaterale di debiti e crediti operata dall’ICU, un paese sarebbe stato in grado di accumulare un surplus di bancor, nei limiti stabiliti dall’istituzione, senza che alcun paese creditore avesse visto la propria domanda di export diminuire. In assenza di tale istituzione i paesi debitori avrebbero prima o dopo esaurito i mezzi di pagamento delle loro importazioni, riducendo così la domanda di beni dalle nazioni creditrici.
In sostanza, la forza dell’ICU risiedeva nella capacità di mantenere una pressione espansionista sul commercio mondiale grazie alla condivisione tra gli stati membri degli oneri e dei rischi del sistema di scambi internazionali. Come scrisse lo stesso Keynes: “La sostituzione di un meccanismo di credito con uno di accumulazione, potrebbe ripetere in campo internazionale lo stesso miracolo già compiuto a livello nazionale, trasformare la pietra in pane”.
Seguendo questo esempio Troost elabora una proposta che combina alcuni aspetti storici dell’International Clearing Union di Keynes alla corrente situazione europea. Innanzi tutto è fondamentale riconoscere come la responsabilità verso il futuro della moneta unica spetta alla nazioni con deficit tanto a quelle con surplus commerciale. Piuttosto che il Patto di stabilità e crescita e delle norme per contenimento della spesa pubblica occorre definire dei limiti per gli squilibri di conto corrente, ad esempio nel breve periodo una soglia del 3 per cento del PIL di ciascun paese, sia esso in avanzo o disavanzo. Nel lungo periodo inoltre dovrebbero essere imposte della sanzioni, seppur minime, che colpiscano proporzionalmente gli accumuli eccessivi di avanzi commerciali. I soldi così raccolti dovrebbero finanziare un fondo per il mantenimento degli equilibri commerciali senza tuttavia configurarsi come un sistema repressivo o penalizzante. Le nazioni con surplus dovrebbero inoltre presentare entro un tempo massimo al Consiglio e al Parlamento europeo il programma di policy che intendono attuare per aumentare la domanda aggregata nazionale e correggere gli squilibri commerciali. Questo è il caso della Germania oggi. Per difendere gli interessi dell’area comunitaria, la Repubblica federale – Troost conclude – dovrebbe riorientare la propria strategia di sviluppo dal quella basata sulle esportazioni a un modello di crescita basato sulla domanda interna, abbandonando l’idea dell’austerità e riguadagnando così stima e fiducia tra i partner europei. Oggi la politica monetaria non è più uno strumento di politica economica efficace; soltanto un maggior coordinamento delle politiche fiscali europee si potrà salvare il progetto della moneta unica, dell’Europa comune e del messaggio di pace che rappresenta, come riconosciuto dall’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2012. Sta quindi alla Germania riconoscere il proprio ruolo nella crisi europea e lanciare l’iniziativa per quelle riforme che possano dare a questo progetto un nuovo futuro.

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