COMITATO PER L'UNITÀ DI CONTO EFA (ECONOMIA FACILITATA) Menu

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Storia del denaro: il medioevo e il ritorno al baratto, la nascita dei mercanti e della borghesia.

Con il medioevo si ritorna al baratto e crolla l’economia monetaria Ci saranno 1000 anni di autarchia, autosufficienza, produzione per il consumo. E’ nel basso medioevo però che fanno ingresso alcune novità che avranno un’importanza decisiva nello sviluppo successivo del denaro.

Il mercante: Esso fece la sua prima comparsa in Europa a partire dal VII secolo a.C:, ma non era riuscito a conquistare come ceto, dignità sociale, perchè presso tutte le culture la figura del mercante era stata sempre marchiata da un profondo disprezzo (soprattutto da parte della chiesa). In verità il mercante si nobilita veramente solo dopo la Rivoluzione industriale, quando diventa imprenditore, perchè alcuni elementi della sua attività, come le dimensioni e l’organizzazione dell’azienda, la trasformazione dei prodotti, il suo ruolo di capitano d’industria e di uomini, rendono meno percepibile che, nell’essenza, il suo resta sempre un comprare e un vendere. Fra l’11 e il 12 secolo si forma per la prima volta nella Storia, una forte e organizzata classe di mercanti che si consolida nel 13 e 14 sec con l’affermazione dei Comuni. Quello che da il tono alla categoria non è il bottegaio che esercita la vendita al minuta sulla piazza cittadina (egli resta un poveraccio), ma il mercante che si collega alle piazze e alle fiere di altre città anche molto lontane, pportandovi quelle merci che la produzione locale e la campagna circostante non possono offrire. E’ il cosiddetto grande mercante predecessore dell’imprenditore moderno. A Firenze a cavallo fra il 14 e il 15 sec. Una famiglia di mercanti e di banchieri i Medici, diventerà la padrona assoluta della città. E’ un caso unico a questo livello, ma è il segno come scrive Sombart che si stava passando lentamente dalla ricchezza basata sul potere al potere fondato sulla ricchezza. Anche quando non sono direttamente classe dirigente i mercanti, divenuti un solido ceto medio che fa parte del cosiddetto popolo grasso, sono pienamente in grado di far valere i propri interessi, che peraltro coincidono, almeno dal punto di vista economico, con quelli delle città. Siamo alle soglie dell’imprenditoria capitalistica, ma senza superarle, perchè l’investimento è minimo, dato che i macchinari sono molto semplici e poco costosi e il rischio è quasi nullo poiché la domanda è ristretta e il mercante può calibrare alla perfezione l’offerta. L’ascesa del mercante, significa ascesa contestuale del denaro perchè, come scrive Sombart, l’attività del mercante viene dal denaro e dal denaro ritorna. Anzi nel mestiere del mercante il contatto col denaro è più diretto, immediato e costante che in qualsiasi altra professione.

 

Il borghese: Il fatto veramente dirompente è che col mercante dell’ultimo Medioevo nasce anche un tipo di uomo completamente nuovo, una figura sconosciuta alle società precedente: il borghese. Ciò che qualifica il borghese non è la sete di guadagno in se e per se, come nota Max Weber “sete di lucro”, la novità è che il borghese, orienta in modo sistematico tutta la sua attività al guadagno attraverso il lavoro. Questo fatto, che a noi oggi sembra scontato è la folgore che cambierà tutti i rapporti economici, sociali, esistenziali, sui quali l’uomo aveva vissuto per migliaia di anni. Infatti nella cosiddetta società tradizionalista, gli uomini lavoravano solo per quel che loro bastava a mantenersi. Il lavoro serviva solo alla copertura del fabbisogno. Il mercante, il borghese sconvolge questa logica, opera una rivoluzione ribaltando la mentalità tradizionale e anche venti secoli di storia del pensiero occidentale e orientale: “non è una virtù accontentarsi di ciò che si ha”. Ciò che si vuole è sempre più denaro e per ottenere sempre più denaro bisogna lavorare sempre di più, molto di più rispetto alla quantità di lavoro che servirebbe per il proprio sostentamento. Questo spirito capitalistico fa nascere uno stile di vita del tutto nuovo fondato sul risparmio.

Risparmio: Si impara che il denaro non si fa solo guadagnandolo con il lavoro, ma anche non spendendolo. Lapalissiano dirà il lettore, eppure questo concetto, per noi elementare è sconosciuto nell’economia delle società tradizionali e tribali dove vigeva il gusto della dissipazione della ricchezza e della sua distruzione gratuita. Si passa da una economia di uscite ad una economia d’entrate. Il nuovo credo era che le uscite non dovevano mai superare le entrate.

 

 

 

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L’evoluzione del denaro durante il capitalismo antico

Per comprendere come:

Usura e speculazioni non sono un fenomeno circoscritto ai giorni di oggi, anzi, sono un fenomeno strutturale che esiste perché esiste la moneta, quindi sono un effetto collaterale di un sistema finanziaro congegnato sul denaro.   

L’invenzione della moneta, l’avvento del mercato e la produzione per l’eccedenza e non più solo per il consumo, la comparsa dello spirito del profitto, han fatto definire quello che va dal VII secolo avanti Cristo al II secolo dopo Cristo come il periodo del “capitalismo antico” in quei nove secoli la logica del capitale rimase ad uno stadio embrionale rispetto agli sviluppi che ha avuto in seguito. A coniare la prima moneta si vuole che sia stato Gige, re della Lidia e fondatore della dinastia Mermnade, progenitore di Creso, si tratta dell’elektron, una combinazione di oro e argento. Nella Grecia vera e propria la moneta fu coniata nel 630 a.C. Ad Atene venne introdotta una trentina di anni più tardi, era l’obolo una moneta d’argento di piccolo taglio. Solo nel III secolo a.C. si comincia a notare nel commercio internazionale di cereali l’affermarsi dei meccanismi propri del libero mercato: l’offerta si sposta a seconda della domanda e della scarsità e i prezzi vengono determinati di conseguenza. A Roma e nell’Italia centrale la moneta arrivò solo alla fine del IV secolo così come in Gallia e nell’Africa del Nord.

Con la moneta arriva il capitale, la ricchezza, da statica che era, diventa dinamica, la si investe per procurarsi altra ricchezza, prima era statica veniva utilizzata prettamente a scopo di tesaurizzazione e di esibizione, per essere dilapidata e distrutta a maggior gloria di chi la possiede o come nel caso degli imperi orientali, per essere redistribuita (…e questi sarebbero i trogloditi). E’ un mutamento favorito da una questione tecnico strutturale propria del sistema denaro, quando i beni sono scambiati in natura è molto complicato calcolare i saldi, costruire fondi, speculare sul futuro; il denaro agevola questi processi, col denaro compare così la sua prole, l’interesse, anzi l’usura perché in quei primi tempi non si fa differenza chiamandosi usura qualunque remunerazione del capitale prestato.

Nella società tribale il prestito non esiste, nemmeno a titolo gratuito, è la stessa struttura di tali società che lo rende improponibile. All’interno dei can, delle tribù, le cose passano di mano secondo certe linee parentali e sarebbe addirittura obbrobrioso chiederne la restituzione. All’esterno della comunità il sistema del dono esclude il prestito, anche gratuito. Nell’età del bronzo appare per la prima volta nelle società rurali, il prestito gratuito. Si da al vicino ciò di cui ha bisogno ma si attende la restituzione se non della stesa cosa di un’altra cosa di valore equivalente.  Il prestito a interesse prende piede con le civiltà urbane degli antichi imperi. I primi a utilizzarlo furono a quanto pare, i Sumeri, Ittiti ed Egizi, anche se era operato esclusivamente dallo Stato e si inseriva nella sua politica di redistribuzione e pianificazione. Così se il tasso normale a Babilonia variava tra il 20 e il 33%, per i sudditi più poveri e bisognosi erano invece previsti prestiti a tasso zero. Rimase comunque una cosa circoscritta.

E’ con l’invenzione della moneta che si aprono le porte all’usura. In Grecia nel VII sec. a. C. è praticato in maniera illimitata e incontrollata da piccoli e grandi usurai. I tassi variano, a seconda delle operazioni dal 10 al 33%. Mentre nella Grecia classica non trovò ostacoli, in tutte le altre parti del mondo la comparsa dell’usura sistematica, fu uno choc difficile da assorbire. Cominciò una lotta immane all’interesse e al concetto, ritenuto perverso che il denaro, cosa inanimata per eccellenza potesse produrre, altro denaro. D’apprima Roma non accettò il prestito ad interesse ma in seguito alla sua enorme crescita urbana, avvenuta in seguito alle vittore sui cartaginesi, le cose cambiarono e Roma divenne la società più materialista del mondo antico.

Col denaro e l’usura irruppero anche molte attività finanziarie prima sconosciute o circoscritte: mutui, ipoteche, depositi a interesse, prestiti su pegno, cambi di valute. Nacquero le prime tipologie di banche che non erano durante il capitalismo antico istituti di credito specializzati alla concessione/ricezione di prestiti ad interesse, ma erano piuttosto dei cambiavalute, figura diventata indispensabile dopo l’introduzione della moneta coniata a seguito del numero elevato di monete emesse sia da Stati diversi che all’interno dello stesso Stato. Le prime vere banche cominciarono a funzionare invece solo dal IV secolo a.C in poi,  la differenza rispetto ad oggi, è che la banca anche quando aveva impiegati si identificava sostanzialmente con la persona del titolare, era lui solo ad avere credito presso i depositanti e i finanziatori, essendo estraneo in quei tempi il  concetto del “buon nome” della ditta nel suo complesso. Se il banchiere moriva senza che si fosse già affermato un successore, la banca, quasi sempre, falliva in breve tempo. I profitti del banchiere erano notevoli e andavano dal 20 al 40% annuo sul capitale investito.

A partire dal VII secolo a.C. e quindi in perfetta coincidenza con la nascita della moneta coniata, si era affermata la figura del mercante privato che a fini di guadagno individuale, specula sulla differenza di prezzo fra il momento dell’acquisto e quello della vendita. E con il mercante, il mercato ed il denaro nacquero le truffe ai danni soprattutto della povera gente.

La truffa più semplice era quella di barare sul peso sul contenuto delle monete. Ma la truffa più insidiosa e più nascosta fu rappresentata dal costituirsi di un regime di doppia moneta: una forte a disposizione dei mercanti e una debole usata dalla gente comune. Il mercante così pagava i prodotti dei contadini con la moneta debole e faceva i suoi affari all’estero con la moneta forte. Tuttavia questo fenomeno durante il capitalismo antico era ammorbidito dalla circostanza che il libero mercato su base monetaria era piuttosto limitato.

Per concludere si comprende come (svalutazioni, regime della doppia moneta, diversa prontezza nell’impadronirsi di questo inedito strumento) si comprende facilmente come l’introduzione del denaro (moneta coniata), arricchì in maniera strepitosa alcuni individui impoverendo la stragrande maggioranza della popolazione.  Secondo Haichelheim per il periodo che va dall’introduzione della moneta alle conquiste di Alessandro Magno (334-325 a.C.) non si verificò alcun miglioramento rilevante del tenore di vita degli schiavi e dei ceti bassi e medi che anzi si abbassò.

Biliografia usata:

Massimo Fini: Il denaro sterco del demonio

K.Polany: La sussistenza dell’uomo

F.M. Heichelheim: Storia economica del mondo antico

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La nascita del denaro e la profonda trasformazione sociale della comunità.

Il denaro vero è proprio come intermediario dello scambio fa la sua comparsa in Lidia: un piccolo regno dell’Asia Minore alla fine dell’ VIII sec. a.C. Insieme al denaro nasce anche il suo fratello minore: il mercato e contemporaneamente fanno la loro apparizione: la filosofia, l’economia, la democrazia, il lavoro individuale, la povertà individuale e la solitudine dell’uomo. Infatti, distrutte in maniera irreparabile le strutture tribali, l’uomo per la prima volta nella sua storia, si trova a doversi procacciare i mezzi di sussistenza da solo o con la sua famiglia senza poter più contare sull’aiuto solidale del gruppo. Secondo Polany “Nella situazione tribale, la sorte economica era stata collettiva, non individuale” e ancora “Ai tempi di Omero appartenere al gruppo significava non doversi preoccupare per il cibo”. Con la comparsa del denaro e la distruzione delle strutture tribali, la fiducia lascia il posto alla diffidenza. La fiducia dal momento che non è più automatica come in passato acquista un’enorme importanza e con essa anche il denaro, perché il denaro essenzialmente è credito e il credito vuole dire fiducia. La fiducia ora non è più data da una persona direttamente, ma da un enigmatico cerchio di metallo. Compare anche un concetto prima del tutto sconosciuto: la parsimonia. Un’ulteriore novità è data poi dalla concorrenza: il vasaio gareggia con il vasaio, l’artigiano con l’artigiano e il povero invidia il povero.

Il lavoro diventa un obbligo, se nel periodo antecedente la pigrizia era tollerata, ora diventa un crimine. L’uomo scopre la fame individuale e solo con il lavoro si può evitare.

Col denaro si entra nell’età del ferro ed è in questo momento che l’uomo inizia a rimpiangere la mitica età dell’oro (intesa come splendore precedente, non come moneta) in cui gli Dei lo amavano ancora e la terra dava i suoi frutti in abbondanza senza che ci si dovesse scannare fra simili per averli.

Fino al 700 a.C. scrive Heichelheim la polis era un punto di riunione dei cittadini di pieno diritto e un insieme di castelli e palazzi delle famiglie aristocratiche, ma non era di certo una città nel senso economico del termine, la maggioranza della popolazione non aveva ancora . abbandonato la produzione primaria e non era in grado di scambiare i prodotti con moneta.

Le città greche dopo il 700 a.C. quando contemporaneamente furono inventate le monete, divennero città economiche e con l’economia e la moneta fu creata l’usura. “polis vuol dire democrazia e la democrazia è legata al mercato e al denaro”. Infatti in un modello democratico in cui ci si aspetta che i cittadini si amministrino da se, la distribuzione degli alimenti, prima affidata in larga misura alla solidarietà tribale o allo stato, richiede il sistema di mercato o il denaro.

 E’ documentato che moneta e mercato (inteso in senso moderno, basato sul meccanismo domanda-offerta-prezzo) compaiano contemporaneamente. Ciò avviene al mercato a minuto di generi alimentari di Salamina nel VII sec a.C. La comparsa del denaro e del mercato oltre ad essere storia e anche logica, dal momento che denaro come mezzo di scambio e mercato sono indissolubili uno senza l’altro non ha senso.

Secondo Polanyi: “Un’economia di mercato…. Assume la presenza della moneta che funziona come potere di acquisto nelle mani dei suoi possessori. La produzione sarà poi controllata dai prezzi poiché i profitti di coloro che dirigono la produzione dipendono da essi; anche la distribuzione delle merci dipenderà dai prezzi perché i prezzi formano i redditi ed è per mezzo di questi redditi che le merci prodotte sono distribuite fra i membri della società. Sulla base di questi assunti l’ordine nella produzione e nella distribuzione delle merci  è assicurato solo dai prezzi”. E il prezzo di cui parla Polanyi è il denaro. Infatti il prezzo è la quantità di moneta che viene scambiata con una unità di bene.

Il denaro spersonalizza l’oggetto che viene spogliato di quel valore emotivo, sentimentale e simbolico che aveva invece nelle società tribali e negli antichi imperi. Il valore economico nasce solo con il denaro.  Ora tutto ha un prezzo, per la prima volta ci si da da fare e si lavora non per necessità immediata e nemmeno per convenzione, in virtù di rapporti personali e convinzioni religiose, morali o sociali ma per procurarsi un guadagno pecuniario. E’ dal denaro che dipende ora, in gran parte, la possibilità di procurarsi i mezzi di sussistenza oltre che, ovviamente, il surplus, ciò che viene prodotto in eccedenza.

 

Biliografia usata:

Massimo Fini: Il denaro sterco del demonio

Aristotele: Politica e Etica Nicomachea

K.Polany: La sussistenza dell’uomo

F.M. Heichelheim: Storia economica del mondo antico

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Viaggio verso la nascita del denaro: dal dono alle equivalenze.

Dopo il neolitico con l’età del Bronzo, quando si chiude la preistoria, appare (verso il 3600 a.C.) un fenomeno del tutto nuovo nella vita degli uomini: l’urbanesimo. I villaggi di capanne lasciano il posto a grandi città di pietra. Nascono attorno al 3000 a.C. gli imperi irrigui, si formano infatti lungo il corso di grandi fiumi: Tigri, Eufrate, Nilo. Sono gli imperi Sumero, Assiro, Babilonese, Ittita, Egizio.  Nasce la forma-Stato che ha al suo vertice il monarca e una casta di burocrati che si serve di una novità sconvolgente: la scrittura.

A seguito di queste trasformazioni sociali, lo scambio muta, si passa dal sistema del dono e contro dono al sistema delle equivalenze. Lo scambio non è più rituale, il donare per il piacere di dare e ricevere, ma comincia a diventare una necessità.

Con la nascita di un sistema sociale più organizzato, i beni primari paradossalmente non sono più o comunque non sono sempre a portata di mano, quindi anche il baratto nella sua forma “pura” ossia indifferente al valore oggettivo delle cose scambiate non è più concepibile. Si passa al sistema delle equivalenze, dal momento che è diventato ormai indispensabile, lo scambio individuale, una volta osteggiato; deve avvenire secondo certe equivalenze prefissate fra bene e bene in modo che non ci sia profitto di una delle parti a scapito o danno dell’altra.

Come spiega Aristotele: l’equivalenza nasce dalla profonda esigenza che permea tutte le società che vissero la storia più remota dell’uomo: mantenere salda l’unità del gruppo, per far fronte con il massimo di coesione e di forza ai pericoli di un mondo esterno sentito come pericoloso. Anche in queste società come in quelle del neolitico si ritiene che il lucro e il guadagno individuale incrinino la solidità e l’unità del gruppo, anche se ormai non ha più dimensioni e strutture tribali ma statuali.

 Chi stabilisce la giusta misura? La tradizione, la consuetudine, la legge dello Stato. L’equivalenza è quindi una ragione di scambio fissa. Noi oggi diremo un prezzo fisso e in parte politico. Es. Una misura di frumento si scambia sempre con una giara di vino, il prezzo non può essere contrattato ne al rialzo ne al ribasso.

Che cosa succede quando un bene diventa scarso? Questa è la domanda polemica che pongono gli economisti moderni, i quali vogliono a tutti i costi cogliere l’esistenza del denaro e dell’economia di mercato anche nelle società arcaiche. La risposta è che quando la consuetudine e la tradizione non bastano è l’intervento dello stato a garantire il sistema, razionando il bene in modo che tutti ne abbiano la minima quantità e i ricchi non possano accaparrarselo. Il concetto di razione minima, è fondamentale in questi imperi arcaici.

Gli antichi imperi erano delle società collettiviste, non più comunitarie, dove la redistribuzione avveniva in modo automatico, spontaneo, attraverso la pianificazione di un capo che impediva la povertà. Gli imperi erano delle vere e proprie società comuniste perché la produzione e la distribuzione venivano pianificate dall’alto. Il posto lasciato all’iniziativa privata era zero. Eppure a differenza di quello che accadrà alcune migliaia di anni dopo in Unione Sovietica, pare che queste società funzionassero piuttosto bene. La storia racconta che durante l’età del bronzo le crisi economiche furono determinate dall’irruzione negli imperi di una produzione e di uno scambio non organizzati. La crisi cessava e le cose si rimettevano a marciare quando lo stato riprendeva in mano le redini dell’economia, in antitesi con il moderno concetto di libertà del mercato dalle redini dello stato.

In un sistema delle equivalenze il denaro non è necessario, nemmeno la moneta merce funge da intermediario degli scambi. Lo scambio avviene nella forma del baratto diretto (una misura di frumento contro una giara di vino) o indiretto, quando l’acquirente raggiunge il suo oggetto di desiderio dopo una serie di passaggi di mano.

In quegli anni nessun bene per quanto diffuso e fungibile divenne mai intermediario privilegiato per lo scambio conquistando così la funzione del denaro. Se non esisteva la moneta come mezzo di scambio esisteva come misura del valore, questa funzione era indispensabile per raggiungere e valutare l’equivalenza nel caso di transazioni complesse. Esiste invece, come già nel neolitico, la moneta-merce con funzione di mezzo di pagamento. Quando si può dire che una merce è usata come mezzo di pagamento ed è quindi moneta? Quando lo stesso bene può essere impiegato per far fronte a diversi tipi di obbligazione. Negli Imperi, merci di questo tipo esistono e servono per saldare quelle obbligazioni (soprattutto le imposte) che non si esauriscono, come avviene in genere in questi sistemi, in prestazioni personali. A Babilonia per esempio era l’orzo ad assolvere la funzione di mezzo di pagamento. Un’altra caratteristica del complicato sistema degli antichi Imperi è infatti che non sempre,  la merce che serve come moneta di conto serve anche come mezzo di pagamento o come deposito di ricchezza. Così a Babilonia il siclo d’argento è moneta di conto, l’orzo è  mezzo di pagamento, i metalli preziosi deposito di ricchezza.

Il sistema delle equivalenze degli antichi imperi ha funzione di misura del valore, di mezzo di pagamento, di deposito di ricchezza, ma non ancora come intermediario degli scambio.

Biliografia usata:

Massimo Fini: Il denaro sterco del demonio

Aristotele: Politica e Etica Nicomachea

K.Polany: La sussistenza dell’uomo

F.M. Heichelheim: Storia economica del mondo antico

 

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