COMITATO PER L'UNITÀ DI CONTO EFA (ECONOMIA FACILITATA) Menu

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Gli scambi commerciali nel neolitico – Il sistema del dono (prima del baratto)

La prima forma conosciuta di scambio pacifico è il cosiddetto commercio muto. Una tribù ammucchia in una radura le cose di cui si vuole disfare, quindi va a nascondersi fra gli alberi mentre l’altra tribù dopo aver depositato i suoi oggetti, si impossessa dei beni del primo gruppo.

 

Ad un certo punto, succede una cosa epocale,  i gruppi cominciano ad avere un po’ meno paura reciproca e gli scambi (durante il neolitico) iniziano ad avvenire sotto forma di dono.

 

Gli studi sul sistema del dono sono stati possibili, perché gli antropologi, lo hanno potuto studiare presso i “primitivi moderni”, cioè presso le società tribali, rimaste tali nel corso dei secoli fino ai giorni nostri.

 

La prima caratteristica del sistema del dono è che presso tutti i popoli primitivi gli oggetti non sono solo personalizzati, nel senso che anche se regalati, mantengono sempre qualcosa del loro possessore originario (come se io oggi do via il mio cane e questi conserva comunque un rapporto di appartenenza con me)

 

La seconda caratteristica del sistema del dono è che questi oggetti hanno una propria anima, nel senso che laddove i moderni hanno la tendenza a mercificare tutto, anche gli uomini, i primitivi hanno quella opposta di spiritualizzare.

 

Il trasferimento di oggetti, anche modesti, non è una fredda partita di dare e avere, ma implica un coinvolgimento emotivo del tutto particolare e ha significati simbolici e religiosi.

 

La cosa ricevuta non è inerte, stabilisce un legame fra persone, fra anime e fra le cose stesse, ciò fa si che il dono richieda, obbligatoriamente un controdono che per essere emotivamente soddisfacente per entrambi i soggetti deve avere un valore equivalente o possibilmente superiore.

 

Lo scambio del dono è sempre collettivo, avviene cioè con la partecipazione dell’intera tribù o di una sua parte significativa o comunque del capo che la rappresenta. E’ accompagnato da una serie di riti religiosi e magici, da prestazioni militari, da cerimonie, danze, banchetti.

 

Anzitutto c’è uno scambio che noi chiameremmo politico o diplomatico.

 

Il controdono non avviene contestualmente ma a distanza di tempo, talvolta di anni, in un altro incontro, cerimonia. E non è detto che riguardi la stessa tribù, il controdono può essere anche fatto a un soggetto terzo purchè sia inserito nel sistema circolare del dono.

 

Oggetto di scambio sono soprattutto beni preziosi che potremmo definire superflui. Ciò che governa il regime del dono non è la propensione al baratto, ma la reciprocità nel comportamento sociale.

 

Manca completamente il fine del lucro come noi lo intendiamo, anzi se fosse presente in forma esplicita sarebbe motivo di un profondo disprezzo. Nel dono infatti bisogna dimostrare la più ampia e apparentemente disinteressata generosità per aumentare la propria autorità, il prestigio che è l’autentico fine di tutta la società.

 

Nel caso in cui ad un dono non corrisponda un controdono la sanzione non è materiale, ma morale. Il gruppo, la famiglia, l’individuo perdono la faccia.

 

In conclusione, le società tribali, neolitiche conoscono quindi il significato della ricchezza, la apprezzano perché è motivo di prestigio, ma è loro totalmente estraneo il concetto moderno di capitale. Il capitale oggi è investito per creare altro capitale, mentre in quel tempo la ricchezza è creata per dilapidarla alla prima buona occasione. La ricchezza è fatta per essere spesa a fondo perduto.

 

 

Bibliografia usata:

Il denaro sterco del demonio – Massimo Fini

F.M Heichelheim – Storia economica del monto antico

K. Polanyi – La sussistenza dell’uomo.

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Fraintendimenti sul termine moneta complementare, alcune premesse importanti.

Siamo sicuri che sia stato colto il concetto in maniera corretta (intendo dal punto di vista razionale e scientifico)? E il suo termine non venga distorto da un lato da una scarsa conoscenza sull’argomento e dall’altro da una politicizzazione forzata che ha frainteso i metodi e gli obiettivi a cui il sistema complementare vuole tendere?

Sia da destra (guardando alla moneta complementare come ad uno strumento che voglia far fronte alla mancanza di sovranità monetaria) che da sinistra (guardando alla moneta complementare come ad una moneta che vuole essere l’alternativa all’euro) non si è compresa una cosa fondamentale, la moneta complementare è l’esatto contrario del sistema fondato sulla moneta che noi conosciamo. E’ l’esatto opposto della liquidità, ma non è il baratto.

Tu cosa capisci quando si parla di moneta complementare? Una nutrita maggioranza di quelli che tentano di rispondere a questa domanda sentono solo il termine moneta e pensano che si tratti di una sorta di moneta coniata dai privati e alternativa rispetto a quella a corso legale.

Se questo è ciò che pensi anche tu, sappi che sei completamente fuori strada.

Anzitutto perché il termine complementare non è un sinonimo di alternativo,  in secondo luogo perchè il concetto di moneta complementare è esattamente l’opposto del concetto di moneta come tu la conosci. La moneta complementare si basa sulla compensazione, la moneta a corso legale si basa sulla riserva (liquidità, risparmio)

Il sistema attuale è un sistema capitalistico che si reitera grazie alla liquidità, quindi da la possibilità di accumulare riserve per un lasso di tempo indeterminato provocando un duplice effetto negativo: da un lato genera disequilibri con pochi che accumulano e tanti che stanno a debito costantemente, dall’altro la moneta diventa la merce più richiesta sui mercati di capitale e la sua funzione originaria di mezzo di scambio e misura del valore viene meno, la conseguenza è che chi ne ha continua ad accumularla facendola uscire dal circuito economico.

Il sistema complementare è un sistema cooperativo che si basa sulle compensazioni, in cui non è possibile l’accumulo delle posizioni a debito e a credito, quindi in cui il sistema economico è sempre in equilibrio.

Più che parlare di moneta complementare preferisco quindi portare l’attenzione del lettore su due tipi di sistemi finanziari: uno capitalistico (fondato sull’accumulo delle riserve) e l’altro cooperativo (fondato sulla compensazione multilaterale e normato dalle stanze di compensazione) e tentare di far comprendere quale sia tra i due quello che negli ultimi cento anni ha provocato le crisi finanziarie che abbiamo vissuto.

Messa in questi termini l’opera del divulgatore non viene coinvolta politicamente e al contempo va dritta al cuore del problema, preoccupandosi di adattarsi alle regole accademiche dettate dai classici del pensiero economico (primo tra tutti Keynes), tralascia gli slogan e il titolo di questo potenziale sistema complementare, per concentrarsi sulla sostanza e sull’ alfabetizzazione e diffusione dell’argomento. Darne un titolo impedirebbe la divulgazione, perché è sul titolo che i più si fossilizzano politicizzando l’argomento.

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I mercati finanziari e la fiducia

Prima della crisi la fiducia nella forza del mercato era altissima. Questa fiducia dipendeva dall’idea che non solo il mercato fosse in grado di garantire risultati migliori rispetto a qualsiasi sistema alternativo, ma che questi risultati fossero davvero nell’interesse di tutti.  Purtroppo la fiducia a poco a poco è venuta meno, e i mercati finanziari non sono stati più in grado di funzionare come un tempo. A causa della perdita di fiducia debitori e creditori si guardano con sospetti. Intanto l’offerta di credito diminuisce.
Prima della crisi la fiducia nell’alchimia finanziaria si manifestava nei modi più disparati: strane innovazioni finanziari all’interno dei mercati di capitali ad esempio il carry trade, con gli investitori che prendevano a prestito a buon mercato, ad esempio in yen giapponesi, e in vestivano in sterline, dollari neozelandesi o lire turche, che offrivano  tassi d’interesse molto più alti; banchieri rapaci disposti a scommettere la casa in operazioni stravaganti; e per l’uomo della strada, un enorme aumento dell’esposizione dei mutui dopo che la “casa dei sogni” è diventata parte di una realtà (nuova ma sempre esistita sotto altre spoglie) fondata sulla mania della cartolarizzazione. Con la cartolarizzazione e i mutui subprime il collegamento tra prestatore e investitore è diventato sempre più tenue: chi comprava casa in Arizona, non sospettava che il suo mutuo provenisse da risparmiatori norvegesi che mettevano da parte i soldi per le pensioni future. I risparmiatori norvegesi, a loro volta non sapevano che i loro risparmi venivano investituti sul mercato degli immobili in Arizona, dove alcuni mutuatari subprime non avrebbero mai restituito le somme prese a presito. Ma questo scollamento non era importante: la cartolarizzazione aveva portato a un’esplosione degli strumenti di trasferimento del rischio di credito. I crediti potevano essere riconfezionati e rivenduti sui mercati dei capitali, favorendo la creazione di un collegamento a distanza tra creditore e debitore. Grazie a questo meccanismo, il denaro risparmiato in una parte del mondo è stato incanalato verso nuove opportunità di investimento in ogni angolo del pianeta, a prescindere dall’appatibilità, dai rischi e dalla opportunità di diversificazione dell’investimento. I pericoli legati a questi grandi flussi finanziari internazionali crescevano di giorno in giorno. L’apertura dei mercati finanziari ha permesso a quei paesi che investono più di quanto risparmiano di trovare capitali da parte di quei paesi che risparmiano più di quanto investano. Tra i paesi risparmiatori c’erano il Giappone, La Germania, Cina, Arabia Saudita ecc.

Quando la crescita è rallentata il rapporto tra creditori e devitori è diventato molto più complicato, i creditori rivogliono i loro soldi, ma i debitori, potrebbero non essere più in grado di pagare. La stagnazione economica, porta alla diffidenza reciproca, al malfunzionamento del mercato del credito, alla carenza di credito e all’insolvenza.

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