COMITATO PER L'UNITÀ DI CONTO EFA (ECONOMIA FACILITATA) Menu

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Perchè manca la moneta all’economia reale: un esempio di speculazione finanziaria Carry Trade

Viviamo in un epoca  complessa e come tale difficilmente comprensibile.
Da un lato osserviamo che, quantomeno nel nostro Paese, la massa monetaria che circola e alimenta l’economia reale scarseggi, con le sue correlazioni in termini di contrazione dei consumi, riduzione della produzione e diminuzione del livello dei prezzi, configurando una spirale deflazionistica. Sul sistema economico la deflazione ha costi altissimi e ben noti: disoccupazione a livelli record, crisi delle imprese e relativa perdita di competitività, aumento della povertà ed in certi casi anche squilibri nella distribuzione della ricchezza.
Dall’altro lato leggiamo di operatori finanziari e banche che governano enormi flussi del denaro convogliandoli  in operazioni speculative dai rapporti rischio/rendimento performanti, investimenti di cui non ne beneficia l’economia reale ma che rimangono legati a speculazioni di natura puramente finanziaria.
Ma di cosa si tratta?  Sappiamo, in modo molto elementare, che un’operazione finanziaria è un’operazione attraverso la quale un determinato capitale (denaro) viene investito per un determinato tempo, vincolandolo alla specifica operazione e quindi privandosi temporaneamente della disponibilità, a fronte del rimborso a termine del medesimo capitale oltre ad un profitto, detto anche rendimento o interesse. Il rendimento è normalmente proporzionato al rischio dell’investimento, cioè alla probabilità di non guadagnare quanto sperato, di non guadagnare alcunché  o addirittura di perdere in tutto o in parte il capitale investito. Di regola, più alto è il rendimento più elevato è il rischio: la valutazione di convenienza delle operazioni finanziarie viene normalmente stimata da rapporti rischio/rendimento.
La durata dell’investimento, ovvero in alternativa le tempistiche necessarie a disinvestire anticipatamente magari cedendo a terzi l’operazione, misura il grado di liquidità dell’operazione ed è una componente della rischiosità relativa. Più l’investimento è illiquidito (cioè difficilmente monetizzabile a seguito del relativo disinvestimento) maggiore è la rischiosità.
La propensione al guadagno (ma anche alle perdite) di operazioni finanziarie può essere amplificata grazie al ricorso a moltiplicatori: il moltiplicatore più comune è la leva finanziaria grazie alla quale, oltre al capitale proprio, l’investitore ricorre a capitale di terzi (solitamente oneroso) e specula sul differenziale del rendimento dell’operazione rispetto al costo di reperimento delle ulteriori risorse.
Esempio: Supponiamo di voler considerare l’acquisto di obbligazioni (cioè titoli di debito) di una certa società. Non si tratta di azioni (ovvero capitale di rischio), ma di titoli di debito per cui il profilo di rischio dell’investimento è minore sebbene tutt’altro che inesistente. Supponiamo che tali obbligazioni vengano rimborsate dopo un anno dall’acquisto e che rendano il 6%. L’investitore ha la disponibilità di 1 milione di Euro, per cui sa che acquistando obbligazioni per il valore di un milione avrà l’aspettativa di vedersi rimborsato dopo un anno il suo capitale oltre agli interessi pari al 6%, e così per la somma complessiva pari ad € 1.060.000,00. L’investitore valuta di complicare l’operazione, cercando di moltiplicarne il rendimento ricorrendo alla leva finanziaria. Supponiamo che il nostro investitore abbia la possibilità di ottenere a prestito da parte di terzi un capitale per € 4 milioni da rimborsare sempre ad un anno con interessi pari al 4%. L’operazione quindi potrebbe essere così realizzata: l’investitore si finanzia per € 4 milioni da rimborsare un anno dopo unitamente ad interessi calcolati al tasso annuo del 4%, ovvero per la somma complessiva pari ad € 4.160.000,00; l’investitore, utilizzando il capitale proprio (pari ad € 1 mil) ed il capitale di credito (€ 4 mil.) acquista obbligazioni per complessivi € 5 milioni con l’aspettativa di ottenere dopo un anno il rimborso dell’intero capitale oltre agli interessi pari al 6%, e così per la somma complessiva pari ad € 5.300.000.00. Sappiamo che l’investitore dovrà rimborsare capitale preso a prestito per € 4 mil oltre ad interessi passivi per € 160.000,00, per cui nelle tasche dell’investitore rimarranno € 1.140.000.
Così facendo il nostro investitore ha guadagnato € 140.000 che rispetto al capitale proprio investito (€ 1 Mil) rappresenta un rendimento del 14% contro del 6% che avrebbe ottenuto senza il ricorso alla leva. Evidentemente, la rischiosità dell’operazione aumenta, perché se l’investimento non dovesse fruttare quanto promesso o addirittura dovesse andare perso, ad esempio a seguito di fallimento della società che ha emesso le obbligazioni, l’investitore si troverebbe nella condizione non solo di aver perso il proprio capitale ma anche di dover rimborsare quanto ottenuto a sua volta a debito.
A questo punto l’investitore potrebbe decidere di complicare ancor di più l’operazione, aggiungendo ad esempio un ulteriore livello speculativo (e quindi di rischiosità): il profilo valutario. L’investitore  può decidere infatti di finanziarsi a sua volta e/o investire in Paesi differenti, speculando sulle aspettative di andamento dei rapporti di cambio valutari oltre che sui diversi livelli remunerativi degli investimenti e dei tassi di interesse sui finanziamenti che sistemi paese differenti consentono a seconda delle politiche monetarie adottate.
Può così accadere che il nostro investitore, che magari è una grande banca in grado di spostare flussi finanziari ingenti, decida di indebitarsi in Paesi che adottano tassi di interessi bassi (ad esempio USA, Giappone, Europa) e che decida così di acquistare titoli di Stato di Paesi emergenti e politicamente stabili (così da limitare il profilo di rischio) con rendimenti elevati, andando così a speculare sia sul differenziale dei tassi di interessi sia sull’andamento valutario.
Questa operazione prende il nome di Carry Trade.
Considerando che operatori finanziari e banche di tutto il mondo movimentano flussi finanziari enormi in operazioni di Carry trade, quest’ultimo assume il ruolo di vero e proprio marker della speculazione internazionale connessa alle politiche monetarie adottate dai diversi Paesi. Masse enormi di denaro prese a prestito in Paesi che adottano politiche di tassi di interesse tendenti a zero, adottati dalle rispettive banche centrali per sostenere  economie con PIL in modesta crescita o addirittura con andamenti negativi, vengono dirottate verso Paesi con PIL crescenti e tassi di interesse fortemente remunerativi. Una spirale speculativa devastante che accelera le distanze fra sistemi Paese profondamente differenti alimentata da flussi finanziari globali. Apparentemente un tale scenario penalizza i Paesi che vedono privarsi di liquidità a vantaggio di quelli che al contrario godono di investitori stranieri pronti a sottoscrivere titoli del debito pubblico. Ma non è sempre così perché a questi livelli non c’è nulla di semplice e le variabili sono molte: si pensi ad esempio agli USA che fungono spesso da base per operazione di Carry trade con il tasso di interesse tenuto dalla FED sostanzialmente a zero. La politica monetaria espansiva adottata, in quel contesto, ha garantito comunque elevata la massa monetaria in circolazione e ha mantenuto debole il  dollaro rispetto ad altre monete (ad esempio nei confronti dell’Euro) a tutto vantaggio delle esportazioni statunitensi risetto alle importazioni, realizzando una protezione e stimolo del mercato interno in quella che è stata spesso chiamata “la guerra delle valute”.
Il Carry trader  si finanzia quindi in mercati caratterizzati da bassi tassi di interesse e investe in Paesi dove i tassi sono più elevati speculando sia sul differenziale tra i tassi sia sull’andamento delle valute (la differenza tra il rendimento dell’investimento ed il costo del finanziamento prende il nome di haircut).  L’utilizzo fisiologico della leva finanziaria (poco capitale, molto debito) permette di moltiplicare i rendimenti rispetto ai capitali investiti ma al contempo ne aumenta la rischiosità. Per questo motivo, da un lato vengono scelte valute stabili che riducono il rischio di eccessiva volatilità, dall’altro lato si investe prevalentemente in titoli di Stato così da evitare rischi di asset poco liquidi o dotati di un profilo di rischio diverso da quello del sistema paese di riferimento.
E’ stato osservato come la relativa stabilità del cambio tra dollaro statunitense e yen abbia stimolato importanti operazioni di carry trade basate sull’indebitamento in yen, conversione degli yen in dollari statunitensi e in altre valute straniere e conseguente investimento dei capitali così ottenuti in titoli di Stato o strumenti finanziari a rischio basso o nullo con rendimento evidentemente maggiore rispetto agli oneri finanziari connessi al reperimento dei fondi (ad esempio titoli di Stato Brasiliani) .
L’attività del carry trader è estremamente dinamica ed è fortemente influenzata dalle informazioni  circa le politiche finanziarie adottate o da adottarsi nel futuro prossimo. In effetti ad un operatore finanziario di questo tipo poco importa una visione di lungo termine: il suo orizzonte temporale coincide con la durata della disponibilità del denaro. Il Carry trader si trova spesso a dover procedere a cambiamenti nella propria strategia di investimento e talvolta realizza rapidi disinvestimenti per ridurre le perdite (causate ad esempio da una inattesa alterazione degli andamenti valutari o delle politiche monetarie adottate dalle banche centrali). Abbiamo assistito anche di recente a qualche cambiamento di questo tipo. Si pensi che nel maggio 2013 moltevalute emergenti hanno subito una correzione violenta, invertendo il loro trend di crescita. Si è temuto il “sell off” degli asset emergenti da parte degli investitori, ossia la vendita di titoli o altri beni di investimento durante il ribasso delle quotazioni al fine di evitare perdite maggiori. Inoltre il rischio frenata del “quantitative easing” delle principali banche centrali (ovvero il processo di creazione di moneta anche al fine di acquistare titoli di stato) ha concorso a rallentare i fenomeni di carry trade. Ciò è divenuto ancor più concreto quando nel Giugno scorso la Fed ha annunciando un graduale riduzione della liquidità messa in circolazione: di conseguenza è salito il rendimento dei titoli di Stato statunitensi, favorendo un apprezzamento del dollaro sulle principali valute. E’ ovvio che se la Fed immettesse meno dollari, la valuta statunitense tenderebbe a rivalutarsi  e gli Stati Uniti non sarebbero più un Paese interessante per compiere operazioni di carry trade, benché il tasso di interesse sia ancora praticamente azzerato.  In realtà, disattendendo quanto annunciato, poche settimane fa (settembre 2013) la FED ha stupito tutti confermando la propria politica monetaria espansiva (cioè il mantenimento dei livelli di liquidità da immettere sul mercato): abbiamo così assistito ad un fenomeno che gli operatori hanno chiamato “repricing”, la cui migliore traduzione in italiano è “riprezzamento”. Il dollaro è sceso, le valute dei Paesi emergenti sono salite, i tassi di interesse sono scesi, sconvolgendo nuovamente lo scenario finanziario globale.
Può apparire incredibile che il mondo intero si “riprezzi” solo a seguito del rinvio da parte della FED di intervenire sulla propria politica monetaria: si tratta infatti di una manovra che prima o poi dovrà essere assunta e quindi ci si aspetterebbe che mercati maturi e stabili ne avessero già metabolizzato gli effetti. Al contrario, l’aver posticipato tale decisione ha modificato lo scenario dei mercati finanziari mondiali, a dimostrazione del concetto sopra espresso dei brevi orizzonti temporali tipici degli speculatori, impegnati a fare soldi con i soldi nell’immediato, molto meno interessati agli andamenti di lungo termine ed alla sottostante economia reale.
Le operazioni di Carry trade e più in generale tutte le operazioni finanziarie possono poi trovare ulteriori livelli di complessità attivando ad esempio derivati finanziari che al pari della leva operano come moltiplicatori di rendimento ovvero, diversamente, riducano i rischi  (in questo caso detti hedging).
Negli ultimi anni abbiamo assistito anche in Europa ad enormi operazioni speculative dagli esiti tuttavia non sempre felici. Pensiamo a quelle banche che hanno investito in titoli di Stato emessi dai Paesi più in difficoltà (come il nostro) speculando sugli alti tassi di interessi .
Secondo molti osservatori, infatti, molte banche del vecchio continente avrebbero iniziato a lucrare sui bond dei cosiddetti GIPSI (noti anche come Pigs, ovvero Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia)  fino a quando però le perdite sul corso dei bond dei GIPSI non hanno iniziato a generare perdite insostenibili sui bilanci delle banche stesse.
All’aumentare degli spread e quindi dei tassi, infatti,  diminuisce il valore e quindi il mark to market in bilancio alla banca, con relative diminuzioni  dei coefficienti patrimoniali delle banche stesse. In altre parole, le banche facendo leva finanziaria hanno investito enormi risorse in titoli di stato con alti rendimenti speculando sul differenziale di tasso fra interessi passivi dei debiti contratti e rendimenti attivi dei titoli acquistati. Ma il declassamento dei Paesi i cui titoli di Stato rappresentano l’oggetto della speculazione finanziaria ha obbligato le banche alla svalutazione delle poste attive nei loro bilanci provocando il deprezzamento delle banche stesse con conseguenti perdite economiche e crescenti difficoltà ad accedere alla raccolta di nuove risorse finanziarie sul mercato.
I casi più eclatanti sono stati quello di Dexia, banca franco belga, e quello della Banca di Cipro, che hanno investito pesantemente in titoli di Stato ad alti tassi (greci e portoghesi in particolare) ma venendo a ridursi l’affidabilità di tali investimenti hanno subito la contrazione delle proprie consistenze patrimoniali con conseguenti difficoltà nel collocare le proprie obbligazioni nel mercato andando così in crisi di liquidità.
Si stima che nel marzo 2010 le banche europee avessero in portafoglio oltre 94 miliardi di bond greci, la maggior parte dei quali (circa 56 miliardi) nelle banche dei Paesi GIPSI. A settembre 2011 pare ne fossero rimarti 24 miliardi, 21 dei quali in mano a banche Gipsi. Sempre nel marzo 2010 le banche europee avevano in portafoglio 264 miliardi di bond italiani, 115,4 dei quali in mano a banche franco tedesche, i restanti in banche di Paesi GIPSI. A dicembre 2011, i bond italiani in mano alle banche erano 223 miliardi di cui però la quota a carico delle banche franco tedesche si era ridotta di un buon 40%. Come dire, le banche dei Paesi forti (Francia e Germania) se ne sono lavati le mani.
Ricordiamo che tra la seconda metà del 2011 e il primo semestre 2012, la BCE è intervenuta a sostegno delle banche europee  con finanziamenti a tasso intorno al 1% per circa  1.019 miliardi di euro, di le banche italiane hanno ricevuto circa 270 miliardi.. Tale operazione è stata eseguita per sostenere le banche dei Paesi GIPSI nel dover fronteggiare l’acquisto dei titoli di Stato, non più attrattivi per i Paesi non GIPSI. Siamo nello scenario della crisi dei debiti sovrani che ha portato l’aumento dei tassi di interesse dei titoli di Stato dei Paesi con alti debiti pubblici e basso PIL, facendo emergere la sindrome da spread. Tuttavia tale scenario ha anche permesso alle banche di sviluppare un’enorme speculazione finanziaria considerando il differenziale di tasso tra il prestito della BCE ed il rendimento dei titoli di Stato.  In Italia, anche la Cassa depositi e Prestiti ha ricevuto un finanziamento di 20 miliardi all’1 per cento di interessi da parte della BCE e tale prestito era finalizzato a finanziare le piccole e medie imprese cioè l’economia reale, di questo però se ne è sentito parlare solo di redente.
In sostanza, le banche franco tedesche si sono liberate di titoli di stato a rischio, le banche dei paesi GIPSI hanno tamponato l’emorragia della crisi dei debiti sovrani a scapito del credito alle imprese e famiglie (già ridotto per effetto delle strette di Basilea e dell’alto livello di sofferenze negli impieghi generate dalla crisi in cui versa l’economia reale), mentre nei bilanci delle banche si sono create artificiosamente condizioni di maturazione di utili, necessari a coprire le perdite per impieghi ad alto rischio di recupero.
C.Boggi
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Esempio reale di scambio in moneta complementare attraverso una camera di compensazione.

Vorrei fare un esempio reale di scambio in compensazione e porre in evidenza come lo scambio incida sulla domanda locale e come sia semplice utilizzare al posto della liquidità un sistema di mutuo credito.
Poniamo che un imprenditore edile (oggi si sa che l’edilizia è in una vera e profonda crisi) debba acquistare 50.000 euro di pannelli fotovoltaici per un lotto in costruzione.

Non avendo liquidità si rivolge ad un istituto di credito che dopo aver controllare il rating aziendale decide in un primo momento di non concedere nulla e dopo un’ulteriore verifica di concedere il prestito ad un tasso esagerato .
Fortunatamente dopo essere venuto a conoscenza del progetto grazie a convegni organizzati ad Imola dall’associazione Economia Facilitata e essersi confrontato con un suo amico professionista attivitsta di  EFA, decide di diventare socio della camera di compensazione. La compagnia di assicurazione crediti che collabora con EFA lo affida per una somma di  50000 efa proprio il credito che gli occorre per far fronte alle sue spese. Può quindi da subito fare acquisti per quella somma e soprattutto quella somma non gli costerà nulla in termini di interessi passivi.
La prima cosa che fa dopo aver pagato la quota associativa è quella di cercare all’interno del portale web che EFA metterà a disposizione di tutti gli iscritti chi in EFA commercializza pannelli fotovoltaici. Dopo aver trovato un paio di aziende locali iscritte alla camera chiede ad entrambe un’ offerta, una delle due è più concorrenziale, nel giro di un mese riceve la merce che può installare tranquillamente sui tetti delle sue case. La sua amministrazione emette la fattura con pagamento 100% in compensazione presso il conto EFA.
Appena emessa la fattura verrà contabilizzato sul conto EFA il suo debito di 50000 efa
e per la società credititrice un + 50000 efa. In questo passaggio è chiaro come non sia necessario attendere 120, 180 giorni prima di saldare il debito nei confronti del creditore. Quest’ultimo può a sua volta utilizzare il credito immediatamente e non dopo 120 180 giorni per acquistare il prodotto finito dal produttore di pannelli, quest’ultimo  a sua volta può utilizzare il credito immediatamente per acquistare la carpenteria(anche qui li l’iter è lo stesso, fattura e accredito immediato) che a sua volta può usare il credito immediatamente per acquistare la verniciatura o le materie prime, il verniciatore può acquistare le vernici all’interno di efa, il produttore di vernici decide a un certo punto di acquistare un software gestionale che non potrebbe altrimenti permettersi perché privo di liquidità e credito, il produttore di software che ha una causa con un’altra società utilizzerà un avvocato all’interno di EFA, l’avvocato ha bisogno di un commercialista e lo trova in EFA, il commercialista dal momento che con EFA il lavoro è aumentato molto ha necessità di far fare straordinario ai suoi 10 dipendenti, decide di pagare questa parte dello stipendio in crediti, i suoi dipendenti utilizzeranno il credito per fare la spesa presso i due market iscritti ad EFA, fare colazione presso i bar iscritti ad EFA e utilizzare il servizio di mensa iscritto ad EFA. Il municipio decide anch’esso di provare questo strumento e decide che una parte dei tributi locali li incasserà in crediti. I crediti in EFA il comune potrà spenderli presso i fornitori già presenti in EFA, per esempio un appalto per la ristrutturazione di una scuola viene vinto proprio dalla prima società edile che ha dato vita a tutto questo giro d’affari. Il costruttore non dovrà aspettare mesi o anni per ottenere il credito, il passaggio sarà immediato e il suo potere d’acquisto altrettanto.

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Chi è il saggio per Aristotele?

E’ colui che fa finta di sapere tutte le risposte o è quello che ricerca costantemente la verità sapendo di non sapere e ponendosi continuamente le domande che lo spronano ad approfondire?

Queste sono le domande che vorrei che ognuno di voi si ponesse in questo periodo:

1) L’economia classica (il pensiero unico) è una scienza esatta o in questo periodo viene esaltato il suo carattere di scienza piuttosto debole?

2) Se in tutti gli ambiti della vita umana le regole sono necessarie per organizzarsi e per convivere felici: la società, il lavoro, la scuola, addirittura le cose futili come il gioco e lo sport si fondano sul rispetto delle regole, per quale motivo i mercati funzionano bene se non sono sottoposti a regole, anzi si insegna addirittura in ambito accademico che se sottoposti a regole generano degli squilibri?

3) Quella che stiamo vivendo è una crisi di liquidità o è una crisi della liquidità come fondamento della finanza di mercato? La liquidità o riserva di moneta (il risparmio) non è piuttosto quella cosa che ha dato il via al capitalismo e alle speculazioni finanziarie?
E’ legittimo il tasso d’interesse o ha permesso piuttosto che la liquidità si trasformasse in merce e nella competizione tra merci reali e merci finanziarie risultasse la merce più pregiata colpendo così a morte l’economia reale?

4)Questa crisi finanziaria che stiamo vivendo è una crisi dell’offerta o è piuttosto determinata dal calo della domanda? Ossia citando Bagnai siamo in crisi perché non siamo efficienti  nel fare caffè o piuttosto la realà è che i caffè non si vendono?

5)E’ una crisi dei debiti pubblici sovrani o è invece una crisi dei debiti privati?

6)Dobbiamo avere più paura dell’ inflazione o della deflazione e della trappola di liquidita?

7) E’ possibile creare una area valutaria ottimale (tipo Zona Euro) se i paesi che la costituiscono hanno tassi d’interesse, tassi d’occupazione, livello dei salari ma anche lingue, tradizioni e culture diverse?
E ancora……La rigidità valutaria instaurata con la creazione della nostra zona ottimale ha fatto realmente bene alla nostra economia o ci ha trasformato da paesi esportatori ad importatori con conseguenze sulla bilancia dei pagamenti enormi?

8)Il debito pubblico che è aumentato a dismisura a partire dagli anni 80 è determinata dal fatto che noi tutti (imprenditori compresi) abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità o piuttosto dal fatto che è avvenuto in quel frangente il divorzio fra tesoro e banca d’Italia?

10) Siamo sicuri che sia sufficiente utilizzare iniezioni di liquidità (politiche monetarie espansionistiche) per aumentare il PIL? Il caso del Giappone dimostra il contrario, le inizioni di liquidità, in quel paese aumentano il risparmio dei privati che non sono spronati a spendere anzi continuano a tesaurizzare a causa di una mancata prospettiva ottimistica verso il futuro!
“Si può portare un cammello alla fonte ma non lo si può obbligare a bere!”

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